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ACCABADORA, quando il passato diventa ingombrante presente
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Astra di Torino giovedì 7 novembre 2019
DAL ROMANZO DI MICHELA MURGIA EDITO DA GIULIO EINAUDI EDITORE 

DRAMMATURGIA CARLOTTA CORRADI; CON ANNA DELLA ROSA; REGIA VERONICA CRUCIANI 

SCENE ANTONIO BELARDI; COSTUMI ANNA COLUCCIA; LUCI GIANNI STAROPOLI E RAFFAELLA VITIELLO; SUONO HUBERT WESTKEMPER; MUSICHE A CURA DI JOHN CASCONE; VIDEO LORENZO LETIZIA

PRODUZIONE COMPAGNIA VERONICA CRUCIANI, TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, TPE – TEATRO PIEMONTE EURPOPA, CRANPI / CON IL CONTRIBUTO DI REGIONE LAZIO – DIREZIONE REGIONALE CULTURA E POLITICHE GIOVANILI – AREA SPETTACOLO DAL VIVO
Pluripremiato romanzo del 2009, Accabadora di Michela Murgia rivive a teatro nell'adattamento di Carlotta Corradi per la regia di Veronica Cruciani: suggestiva operazione dai felici esiti dove le parole della Murgia sono tessere di un mosaico umano ed emotivo di suggestione attraversato, o forse meglio sferzato, da termini quali adozione, eutanasia, pietà. 

Spostando il punto di osservazione rispetto all'originale letterario, assistiamo al racconto di Maria, la "figlia dell’anima” di Bonaria Urrai, un tempo sarta ma soprattutto accabadora dell’immaginario paese sardo di Soreni. E’ lei la donna che in passato poneva fine alle sofferenze di uomini e donne aiutandoli a morire per liberarli da indicibili sofferenze: ma Bonaria è anche la madre adottiva di Maria, genitore acquisito secondo un’antica e consolidata tradizione sarda che prevedeva la possibilità di avere una madre adottiva a fianco di quella naturale. Ora Bonaria è a letto in fin di vita, prigioniera di un corpo che non risponde più agli stimoli, e Maria si trova al suo capezzale a riavvolgere i fili di una vita intera con i fantasmi dell’ingombrante passato che pesano come macigni. 

La coppia Corradi-Cruciani costruisce un monologo a ritroso nel tempo, viaggio nel passato con Maria ripercorrere i momenti salienti del suo rapporto con quella “tzia” pronta con lo sguardo ad implorarla di porre fine alle sofferenze proprio come lei ha tante volte fatto nel corso della sua vita: la bellissima prova d’attrice di Anna Della Rosa, totalmente a suo agio nell'impianto registico di Veronica Cruciali che con intelligenza sfrutta la doppia dimensione del racconto, tratteggia una società matriarcale dove l’uomo è totalmente assente o, quando presente, è figura incompleta, sia da un punto di vista fisico che affettivo. E se oggi Maria non è più la ragazzina di una donna ma una donna matura, nell'intensa interpretazione dell’applaudita protagonista emerge il ritratto di una creatura fragile e combattuta, legata da un profondo affetto a quella donna che ora accudisce, ma al tempo stesso incapace di viver a pieno il passaggio da figlia a madre. Il passo è però necessario, ed ecco la Maria di Anna Della Rosa diventare sempre più creatura nera, abbandonare il cromatismo "da figlia” dell’abbigliamento iniziale per indossare il nero “da madre” di una gonna, di una camicia, da ultimo di uno scialle: un camaleontismo dovuto che nel tragico epilogo unirà in un ultimo ideale abbraccio quella che è stata una madre e quella che ora, da figlia, madre è diventata.
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