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LA GAZZA LADRA TORNA A VOLARE
a cura di Nicola Bionda
Visto il 22 aprile 2017 al Teatro alla Scala
di Gioachino Rossini 
Direttore: Riccardo Chailly 
Regia: Gabriele Salvatores 
Scene e costumi: Gian Maurizio Fercioni 
Luci: Marco Filibeck 
Movimenti coreografici: Emanuela Tagliavia 
Marionette, costumi e animazione a cura di: Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli 
Ninetta: Rosa Feola 
Pippo: Serena Malfi 
Lucia: Teresa Iervolino 
Fabrizio Vingradito: Paolo Bordogna 
Giannetto: Edgardo Rocha 
Fernando Villabella: Alex Esposito 
Gottardo: Michele Pertusi 
Ernesto: Giovanni Romeo 
Giorgio/Il Pretore: Claudio Levantino 
Antonio: Matteo Mezzaro 
Isacco: Matteo Macchioni 
Una gazza: Francesca Alberti 

Durata spettacolo: 3 ore e 40 minuti incluso intervallo
“Milano sta per riavere un capolavoro fatto per Milano: tre mesi di lavoro intensissimo per realizzarlo, debutto 200 anni fa, stagioni di successo e, poi l’oblio`. Cosí Riccardo Chailly anticipava il ritorno alla Scala dell’opera rossiniana, esempio emblematico per la sorte diversa che hanno seguito nei secoli musica e soggetto. Indimenticabile la prima, scolpita nella mente anche dei più profani, con la sua splendida e onomatopeica ouverture che rimane una delle pagine più famose e gloriose di tutta la partitura. Decontestualizzata e riutilizzata come elemento sinfonico in ogni occasione possibile, ha vissuto per anni di vita propria. 

Diversa sorte invece per il resto dell’opera, inspiegabilmente assente dalle scene (almeno milanesi, mancava alla Scala dal 1841) per quasi due secoli. Forse l’esempio massimo del progressivo e inspiegabile abbandono del genere semiserio. Necessaria e intelligente è dunque l’operazione di Chailly, che chiama alla Scala un regista premio Oscar, sicuramente di forte richiamo mediatico e non completamente digiuno di esperienze liriche, per garantire slancio comunicativo a un’opera che era nata proprio per ripartire dopo il passo falso del Turco in Italia. Il tema profondo dell’opera, il dramma della giustizia, è riconducibile alle riflessioni milanesi dei fratelli Verri e del Beccaria di Dei delitti e delle pene. Il titolo originale, `Avviso ai giudici`, indicava bene gli intenti poco “semi” e molto “seri” di Rossini.

La gazza ladra ha quindi un’origine che guarda al Fidelio di Beethoven, e che è conseguenza diretta e naturale di quell’inno all’indipendenza dagli austriaci composto solo pochi anni prima. È, insomma, cosa serissima; un unico interessantissimo nella storia della composizione operistica. Già Stendhal, sottolineava come l’introduzione rivoluzionaria di quel rullo di tamburo conferisse all’opera una realtà ineguagliata, una forza che la rendeva, per forza di cose, distinguibile. 

Il bisogno (assolutamente modernissimo) di sconvolgere fin dall’inizio lo spettatore, di trascinarlo in un flusso musicale senza possibilità di respiro, spinse Rossini a generare i famosi tre rulli di un Maestoso Marziale che sono l’apertura a un’ouverture costituita da ben 32 numeri musicali; una tra le più lunghe, ricche e trascinati di tutto il genere. Un ubriacamento sonoro di quasi dieci minuti. Salvadores è bravo a cogliere la necessità di usare questo spazio, ulteriormente prolungato nei suoi tempi iniziali dalla direzione di Chailly, per riempirlo con una coreografia leggera e aerea che vuole arrivare allo stesso scopo della partitura: agganciare e trascinare lo spettatore fin dentro alla scena iniziale dell’opera. Salvadores lo fa inserendo una Gazza Ladra (L’acrobata Francesca Alberti) completamente femminile, libera, anarchica, una sorta di ‘deus ex machina’ da cirque du soleil che ‘muove le fila della storia’. Una forte componente visiva di totale irrazionalità. Il ritmo dell’ouverture tracima nella prima scena e da li a tutta l’opera fino all’ingresso in scena di Fernando quando, come notato giustamente da Stendhal: “spunterà la tragedia e l’allegria finirà per sempre”.

Si dipana da quel momento un’alternarsi ripetuto tra la vena ironica di Rossini, che riaffiora più volte durante l’opera, e la scrittura da opera seria e che porta inesorabile fino al finale dell’atto primo e poi alla scena del tribunale e all’Infelice, sventurata, un’autentica marcia verso la condanna di Ninetta. 

Chailly, coerentemente con le sue ultime operazioni, porta avanti l’edizione completa, senza alcun taglio (recitativi compresi) facendo emergere chiaramente gli aspetti innovativi di un’opera rispetto alla quale molte altre sono debitrici, superando indenne anche le contestazioni alla prima e lasciandoci alcuni momenti altissimi come Il terzetto Ninetta-Podestà-Fernando. 

L’opera procede elegante ed equilibrata ma forse non memorabile, poteva essere l’occasione per un grande ritorno sulle scene ma rimane, in fondo, un allestimento molto prudente, senza dubbi sconfinamenti, nonostante alcuni orpelli non necessari come le marionette dei Fratelli Colla, un tentativo poco chiaro di teatro nel teatro che non riesce a trovare appieno una sua effettiva giustificazione (il rapporto tra la partitura e i personaggi esaurisce già completamente tutte le sfumature, rendendo non necessario un doppio dei personaggi in scena). 

La regia, accompagnata da un ottimo cast, è comunque piacevole, puntellata da puntuali e sobri ammiccamenti popolari e da interessanti riferimenti cinematografici (l’ingresso del podestà è un evidente richiamo al Nosferatu di Murnau) che qualcosa aggiungono e che nulla tolgono alla potenza della musica che ci trascina e ci cattura fino alla fine. Fino al fortunato ritrovamento della famosa posata.
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