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Lingua di cane, tra migrazione e memoria
a cura di Giampiero Raganelli
Visto il 17 aprile al Teatro Menotti
con Franz Cantalupo – Sara D’Angelo – Elisa Di Dio – Noa Di Venti – Mauro Lamantia – Salvatore Galati 
Drammaturgia Sabrina Petyx 
Regia Giuseppe Cutino 
Assistente alla Regia Simona Sciarabba 
Scene e Costumi Daniela Cernigliaro 
Movimenti di scena Mariagrazia Finocchiaro 
Disegno Luci Marcello D’Agostino 
Da un’idea di Mario Incudine e Franz Cantalupo 
Coordinamento progetto Filippa Ilardo 
Musiche di Sergio Beercock – Francesca Incudine – Mario Incudine – Henry Purcell – Max Richter 
Assistente scene e Costumi Luca Manuli 
Foto di scena (prove) Daniele Puglisi – (spettacolo) Giovanni Battaglia
Organizzazione generale Angelo Di Dio 
Produzione L’Arpa – Compagnia Residente del Teatro – Teatro Garibaldi di Enna
in collaborazione con l’Università Kore di Enna e con il sostegno finanziario dell’Assessorato Regionale al Turismo e allo Spettacolo 
Durata spettacolo: 60 minuti
Potremmo dire che è più unico che raro trovare nel panorama teatrale italiano uno spettacolo che faccia riflettere sulle migrazioni senza farsi nemmeno sfiorare dalla retorica, mostrando invece, con una notevole dote di sintesi, la capacità di colpire dritto al cuore e contemporaneamente alla testa di chi guarda. 

Sono sei corpi prima immobili e poi ondeggianti come su un’imbarcazione instabile mentre il palcoscenico è invaso da indumenti sparsi che accolgono lo spettatore. Tutti, a turno, parlano ma la comunicazione è difficile. È come se ognuno seguisse il proprio filo del discorso in cerca di una complicata coerenza. Saranno quei corpi e quelle voci ad accompagnarci in un percorso che si fa, di volta in volta, emozione e azione grazie a effetti di luce e gesti che sintetizzano in un frame la complessità di un discorso. 

È uno spettacolo che, a nostro avviso, in trasferta, rispetto ad Enna dove è nato, acquisisce una valenza ancora più forte. Perché non tutti in sala comprendono l’ennese che a tratti fa la sua comparsa e dà sostanza e radici ai pensieri. Il non comprendere, in questo specifico, aumenta il senso di straniamento che circonda chi migra e non è accolto e favorisce l’esercizio della memoria. Ci ricorda cioè, con ancora maggiore intensità, che fino a non molti decenni fa i migranti eravamo noi. Dal Sud ma anche dal Nord. Ci dice che quella invisibilità che oggi imponiamo a chi vorrebbe poter conservare una speranza, è stata sperimentata dai nostri nonni

I sei interpreti che, con età ed esperienze attoriali diverse, incarnano le masse migranti hanno tutti un’intensità che il testo consente loro di fare emergere sia individualmente che come collettivo. Gli abiti di cui si spogliano in parte, per poi tornare a indossarli, divengono segni esteriori di una condizione sociale da cui solo per un breve periodo ci si può liberare per esprimere desideri e ricordi. Un consiglio ai futuri spettatori: non leggete le rassegne stampa dello spettacolo prima di assistervi. Alcune recensioni vi toglierebbero, raccontandovela, l’emozione della scena finale che vi sarà impossibile dimenticare.
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