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Striptease & Out at Sea
a cura di Giampiero Raganelli
Visto il 29 settembre 2017 al LAC Lugano Arte e Cultura nell'ambito del FIT festival internazionale del teatro
direzione Matthew Lenton



con Roos Aallan, Robert Jack, Petere Kelly & Samuele Keefe / stage manager Neil Anderson / presentato nel 2015 dal Citizens Theatre come parte della stagione in occasione del 50˚anniversario del Close Theatre, in collaborazione con Vanishing Point
Siamo in un vero teatro povero, buio, senza nessuno, o quasi, elemento scenico, in un reale spazio vuoto, con della panche disposte in modo che non ci sia separazione, almeno nella prima parte, tra spettatori e attori, che arrivano anche a essere contigui con il pubblico, a toccarlo o con interazioni. Con questa messa in scena claustrofobica, il regista scozzese Matthew Lenton, della compagnia Vanishing Point, mette in scena in successione due testi del drammaturgo polacco Sławomir Mrożek, Striptease e Out at Sea. Quello che si crea è uno spazio mentale, esistenziale, concettuale, il terreno di coltura adatto a far confliggere i meccanismi del teatro dell'assurdo, che hanno a che vedere con concetti universali, come la democrazia vera o presunta dei nostri sistemi, che giustamente vanno messi in scena nella forma più astratta e atemporale possibili. Proprio il loro essere svincolati da contesti specifici li rende straordinariamente attuali e adatti a descrivere impietosamente la nostra società, le contraddizioni dei nostri sistemi democratici. A tratti i personaggi in scena ammettono la consapevolezza della presenza del pubblico, a tratti no. Dicono nella seconda parte che nessuno li sta guardando, negando espressamente quindi gli spettatori, ma nella prima arrivano a coinvolgerli in minima parte. 

Nella prima parte, Striptease, due uomini vestiti come manager rampanti si ritrovano, come attratti da una forza misteriosa, una forza centripeta, in uno spazio da cui non riescono a uscire o ad allontanarsi. Una mano misteriosa che spunta da un sipario, e poi comparirà in un'altra posizione, comanda ai due personaggi, mediante gesti, di togliersi i capi d'abbigliamento, lasciandoli così in calzoncini, senza i loro doppiopetti, simboli del loro grado elevato e potere sociale. Facile pensare a quella mano invisibile del capitalismo teorizzata da Adam Smith e che qui si manifesta come una forza rapace che schiaccia gli individui, li porta a confliggere, laddove i personaggi sono degli attori sociali del mondo economico e finanziario che si illudono del loro potere. Il tema di questa parte riguarda il libero arbitrio, delle scelte economiche e non solo. 

Nella seconda parte assistiamo invece a conflitti che portano ai primordi della democrazia. Tre uomini sono su una barca, non hanno abbastanza cibo per il sostentamento di tutti e devono sacrificare uno di loro perché gli altri due possano nutrirsi della sua carne. Il problema è decidere quale dei tre. Vengono tirate in ballo tante argomentazioni e il numero di tre instaura la dinamica delle maggioranze variabili, caricatura dei nostri sistemi politici. A ognuno di loro basterebbe convincere un altro per ridurre il terzo in minoranza. La scena qui è costruita da una figura tracciata sul pavimento a indicare la barca, come peraltro è scritto, mentre all'esterno un'altra scritta designa il mare. Il disegno non definisce nemmeno una sagoma di una nave, come è la concezione per esempio del film Dogville. È un grande quadrato, un insieme, ancora uno spazio astratto, l'agorà in cui avvengono le discussioni della comunità. Il teatro dell'assurdo tocca la sua punta grottesca con l'arrivo del postino con tanto di telegramma, che inspiegalmente arriva in quello che dovrebbe essere uno spazio isolato, camminando sul pavimento. Passa sul mare dove gli altri personaggi non possono passare. Postino che sarà anche accusato di essere in combutta con qualcuno dei tre contendenti. Il tema di questa seconda parte è il rispetto delle minoranze, che non devono mai essere prevaricate nemmeno dalla maggioranza. 

I due testi si valorizzano reciprocamente, un po' come nei lavori di Carlo Cecchi, proprio nel loro accostamento che genera il senso della deriva dei nostri sistemi politici.
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