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Su l'umano sentire (cap.2) “Maneggiami con cura”
a cura di Giampiero Raganelli
Visto il 29 settembre 2017 al LAC Lugano Arte e Cultura nell'ambito del FIT festival internazionale del teatro
creazione Officina Orsi / concetto e direzione Rubidori Manshaft / collaborazione al progetto Paola Tripoli / testi Roberta Dori Puddu / riprese video Fabio Cinicola / editing video Rubidori Manshaft / online video e audio Fabio Cinicola / produzione Officina Orsi / coproduzioni LuganoinScena, Fondazione La Residenza – Casa svizzera, Malnate / con il sostegno Pro Helvetia, Fondazione Svizzera per la cultura – Città di Lugano – Hernst Göhner Stiftung
“Maneggiami con cura” segue il percorso di indagine che Officina Orsi ha iniziato partendo dal tema della memoria (Souvenir di Lugano. Ricordo di Lugano) e che sta portando la compagnia a compiere un viaggio per capitoli, in varie città, sul sentire umano, sulle varie sfaccettature dell’anima. Con una modalità di “messinscena” installativa per video e parole, la “mancanza” è il tema cardine. A parlare sono dei “personaggi” che apparentemente non ci appartengono, che non conosciamo, ma che diventano gli archetipi della ricerca di ogni spettatore.



Secondo capitolo del percorso di Officina Orsi, che prende avvio ancora una volta da Lugano, nell'ambito del FIT festival internazionale del teatro.
Viene sostanzialmente riproposto, con poche varianti, il 'format' del precedente lavoro. Due monitor affiancati e uno schermo più grande sullo sfondo. La natura intima dello spettacolo è quella della restituzione, di un lavoro di teatro sociale, di interviste raccolte e filmate. La compagnia gioca sulla distanza, sulla mediazione visiva e uditiva, su una visione da acquario, su quella che sembra l'antitesi dello spettacolo dal vivo. Non solo vediamo immagini registrate ma anche le voci non sono prodotte dagli stessi schermi, bensì da cuffie date in dotazione a ciascuno spettatore. L'esperienza di ascolto è quindi individuale, si genera un'astrazione dal contesto. Ma proprio questa astrazione permette di recuperare un'empatia con i personaggi, un rapporto intimo con le loro parole, un ascolto profondo che arriva dritto e permette di scandagliare il proprio vissuto alla ricerca di un raffronto tra le esperienze dei tanti personaggi che si susseguono e le proprie. 

L'antitesi dello spettacolo dal vivo, si diceva. Le immagini video sono bidimensionali, hanno una consistenza eterea, immateriale. `Dietro non c'è niente` dice la bambina, voce dell'innocenza, guardando all'obiettivo, quindi al pubblico. La vacuità che corrisponde all'assenza che è il nucleo tematico di “Maneggiami con cura”. A riportare il 'vivo' nello spettacolo è la presenza in scena dell'autrice stessa, Rubidori Manshaft, che rimane silente, seduta nel centro, tra i due video, dell'installazione. La proiezione sullo sfondo invece, richiama a un luogo circoscritto, l'esatto opposto dell'esplorazione del mondo con Google Maps del capitolo precedente, una grande sala vuota, pulita, bianca, con tanti tavoli. Si immagina che sia la scena stessa dove sono state raccolte le testimonianze, o buona parte di queste. Un istituto di ricovero di buon livello, svizzero. Un'immagine fissa per tutto il tempo, succedono solo due cose: le luci che improvvisamente si accendono e un uomo anziano che sbuca e vaga tra quei tavoli. 

Tra le persone intervistate, molte sono in effetti anziane, ma non tutte. Alcuni personaggi sono gli stessi del primo capitolo. C'è un crescendo drammatico nei loro racconti, laddove la drammaturgia è costruita con il montaggio del materiale originale, dalle parole spontanee di queste persone. Dal ragionare sulla mancanza, sull'assenza, si arriva a un crescendo di racconti drammatici e dolorosi. Una persona anziana piange, scusandosi, ricordando suo padre che si era rifiutato di fare qualcosa, forse un ricordo di guerra. Un altro signore parla di un lutto di una trentina di anni fa. Sono frammenti veloci che scorrono, in contemporanea sui due schermi. Con il montaggio i racconti non arrivano dettagliati, si arriva all'indefinizione. Sono universali, sono archetipi, e per questo ancora più strazianti.




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