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TOSCANA
25-04-2011

L'arte del cunto e il teatro dei pupi: Mimmo Cuticchio racconta


Il cunto, così come l’opera dei pupi, è una tradizione unica al mondo, protetta dall’Unesco e seguita in tutti i continenti. Il Maestro Mimmo Cuticchio racconta la sua antica arte, il successo italiano ed estero e la delusione per la mancanza di attenzioni nella propria terra.

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Nato alla fine degli anni ’40 nella Sicilia povera del dopoguerra, in cui l’emigrazione lasciava vecchi, donne e bambini a a popolare sperduti paesi di campagna, Mimmo Cuticchio è figlio di una famiglia di teatranti girovaghi. Allora venivano chiamati “camminanti”, e si spostavano per la regione con il teatro mobile dei pupi, barattando gli ingressi agli spettacoli con cibo e altro: formaggio, scarpe usate, taglio di capelli… Si fermavano 3-4 mesi in un paese, poi si spostavano in un altro, mentre genitori e figli dormivano dentro il teatrino, morendo di freddo in inverno, coricati sopra le panche, fra le quinte sul palcoscenico o sulle assi, dopo aver pulito la sala all’uscita del pubblico.

La mala politica locale non ha mai aiutato i pupari, nè allora nè oggi, considerandoli alla stregua di saltimbanchi o venditori di palloncini. Almeno fino a quando l’Unesco, nel 2001 ha riconosciuto che il teatro dei pupi è il solo teatro epico-cavalleresco che esiste in tutta Europa e in tutto l’occidente. Non solo come narrazione, ma anche come artigianato: a tutt’oggi i Cuticchio dipingono con la colla di pesce e lavorano i metalli con martellini e punzoni, tutte cose che non si usano più.

Puparo quindi, cioè costruttore di pupi, ma anche oprante – cioè colui che opera, che dà le voci, dirige lo spettacolo. E soprattutto cuntista, cioè narratore, senza pupi, né arnesi, né costumi, né strumenti musicali se non quello del proprio corpo, come teatro mobile, e della sua voce, come modo espressivo per comunicare. Il cuntista si presenta in scena armato di una semplice spada di legno, simbolica, perché rappresenta uno scettro che si tramanda, ma anche elemento utile per la gestualità e per la scansione del tempo, sottolineando il ritmo insieme al battito del piede.

Se il teatro dei pupi si basa su regole di mestiere e canovacci (appunti da cui si passa alla messa in scena), il cunto è invece interamente basato sull’improvvisazione e non è un mestiere che si impara: cuntisti si nasce, bisogna crescerci dentro. Le storie sono quelle tradizionali imparate da bambino o i testi nuovi, che gli sono stati raccontati o che ha letto. Ma la narrazione non è a memoria: porta alla luce l’uomo, l’artista, il teatrante, sviluppandosi man mano rispetto al diverso pubblico e alle sue reazioni. Cunto e teatro dei pupi sono due modi diversi di raccontare spesso le medesime storie (il ciclo epico dei Paladini): il primo si aiuta e si esprime con le marionette, l’altro invece soltanto con l’immaginario e con i ritmi di tempi e voce. Per Cuticchio sono due ruoli complementari, e l’amore unico che li accomuna è quello della comunicazione: raccontare.

Il Maestro Mimmo Cuticchio oggi porta i suoi spettacoli in tutto il mondo, in Italia Radio3 lo ospita regolarmente, trasmettendo i cunti in diretta o registrati. Il suo teatro di improvvisazione funziona bene anche via radio, perchè tutto sommato, al di là di mimica e gestualità, quello che funziona di più è il modo di raccontare: la drammaticità, l’ironia, il gioco, l’epica di questo mondo antico. Elementi universali, tanto che il cunto, pur essendo in un misto di siciliano popolare ed aulico, viene spesso portato all’estero, all’interno di spettacoli più articolati, dove solo a volte ci sono anche i pupi. In Germania, Francia, Spagna, Giappone, il cunto viene presentato in programmi che in qualche modo hanno a che fare con la tradizione, davanti ad un pubblico preparato che studia l’italiano e ama l’Italia, in cui spesso c’è qualcuno che capisce la lingua.

La tradizione della narrazione orale è condivisa con alcuni altri paesi extrauropei, come Iraq, Iran e Marocco; in comune ci sono i temi storici e tradizionali, il ritmo vocale, la gestualità e l’improvvisazione, oltre alla condizione non erudita del mestierante, che per definizione non è persona colta ma semplicemente educata nell’ambito di una tradizione ereditata di generazione in generazione. In Italia esistono diverse tradizioni di marionette nel nord: i Colla, i Lupi, i Podrecca fino a Roma, agli Accettella. Da Bergamo a Napoli c’è la tradizione dei burattini. Ma solo in Sicilia esistono i pupi, e solo qui si è mantenuta l’antica tradizione orale dei cuntisti.

L’ultimo vero contastorie è Mimmo Cuticchio e, prima di lui, il suo maestro, vissuto fino al ’73. E’ possibile che in futuro sia un vero cuntista uno dei parenti, che lo segue fin da ragazzo, ma non un semplice attore che studi quest’arte come branca della propria professione. Le storie devono essere assimilate nel tempo e, data la vastità della materia narrata, gli spettacoli sono costruiti in cicli: Cuticchio è arrivato a farne 30-40 puntate, ma probabilmente potrebbe mettere in scena anche duecento cunti senza leggere un libro. E’ cresciuto con queste storie, di ogni paladino conosce vita, morte e miracoli, e quando comincia a raccontare è come se parlasse della sua famiglia, può raccontare i fatti personali nei dettagli.

Dal 2003 è il figlio Giacomo ad occuparsi del teatro tradizionale dei pupi. Sono state fatte serate speciali, cioè storie che iniziano e finiscono in una sola volta, testi shakespeariani, testi sacri… è stata data la possibilità ai palermitani giovani di avere una memoria di questi spettacoli antichi e a figlio, nipoti ed allievi una conoscenza più ampia del repertorio con questo tipo di teatro. Nello spettacolo tradizionale dei pupi è l’oprante a fare tutte le voci, ma il Maestro ha portato le sue marionette sul palcoscenico, uscendo dal piccolo boccascena e presentando uno spettacolo senza quinte in cui sono inseriti degli attori. I pupi vengono mossi a scena aperta, e i personaggi possono sdoppiarsi: è il pupo ad agire in duelli e cavalcate, ma nei momenti di riflessione è l’attore ad interpretarne l’animo. Ciò rende più complessa l’interazione fra pupi ed attori contemporaneamente in scena: “io nelle mie parti posso improvvisare, ma le loro gliele devo scrivere, perché i virtuosismi possono funzionare qualche volta, ma si rischia… ad esempio io per ogni pezzo di armatura conosco tre-quattro parole (cavallo, destriero…. eccetera). Quando ho cercato di improvvisare con i giovani, loro sono arrivati persino a chiamare signorina una principessa, una donzella!”

Fino agli anni ’60-‘70 c’era un pubblico tradizionale che seguiva, conosceva bene tutti i fatti e i personaggi e reagiva partecipando allo spettacolo come se le storie fossero vere. Oggi l’immedesimazione non è più totale, ma l’antico ha sempre un fascino particolare. Ormai il teatro è fatto di tir, grandi scenografie, costumi, maschere, profumi, ciprie…. Poi arriva uno che non ha niente, in una scenografia pulita e si mette a raccontare per un’ora e mezzo, come se fossero vere, queste storie di mille anni fa, portando a fantasticare, sognare, ridere, emozionarci… penso che questa sia la forza di questo mio antico mestiere”. Il narratore parte da Omero e arriva ai giorni d’oggi incarnandosi nel cuntista, che ne ha conservato il fascino. Nessuno sa esattamente come raccontasse il poeta greco, ma “forse inseriva varianti, sia per raccogliere l’attenzione del pubblico, sia per non farsi rubare il mestiere… come facciamo noi oggi”.

I prossimi programmi sono intensi: tante piazze siciliane durante la Settimana Santa, con la Passione di Cristo, un doppio progetto con la Germania e uno con la Francia, per la prossima estate. A ottobre il Brasile, per una piccola tournée di un paio di settimane, e poi a dicembre si vedrà. Forse una nuova partecipazione al festival di Palermo, una rassegna che si chiama La macchina dei sogni che va avanti da 27 anni. O forse no: “Io sono irrequieto e non mi piace ripetere le stesse cose, voglio fare sempre esperienze nuove”.

Per sostenere questo patrimonio artistico che l’Unesco si preoccupa di segnalre nessuna sovvenzione, solo un piccolo aiuto statale per pagare i contributi previdenziali e assistenziali e altri due soldi dalla Regione. Ma ad amareggiare Cuticchio è soprattutto la mancanza di attenzione da parte delle istituzioni locali: il sindaco, in carica da circa dieci anni, non è mai entrato nel suo Teatro all’Olivella. Dove invece arrivano turisti e curiosi da tutto il mondo, a vedere gli spettacoli e ad ammirare i circa duemila pupi, fra antichi e nuovi, che di giorno sono esposti nei laboratori (visitabili dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00). Per fortuna il pubblico apprezza quest’arte, e qualche spettatore lo esterna: “vedevo un uomo con la barba bianca, ma vedevo anche un bambino che raccontava e siamo diventati tutti bambini a sentirlo raccontare”.

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