Displace è il "senso" che ci governa in questo momento, la nebbia che ci avvolge tutti e non rende chiaro nulla, la corsa di un’intera civiltà verso la propria inesorabile fine. Il termine viene preso in prestito dalla lingua inglese e indica i rifugiati che vengono "spostati", sistemati più o meno coercitivamente in un luogo diverso da quello di origine. L'anima si sente spaesata, senza un centro, un luogo di appartenenza e avverte un profondo e incancellabile senso di perdita. La Rabbia rossa vuole essere una prima, istintiva e irrazionale reazione a questo sentire.
Sul palco quattro ragazze hanno tentato di rendere vivo il concetto della regista Claudia Sorace, muovendosi con energia e reagendo solo a fasci di luce che creavano linee verticali e orizzontali. In questo spazio vuoto e desolato, dove a terra restano solo il ferro e polvere, le figure sono circondate da loro stesse, dalle loro visioni, dall’eco dei suoni che i loro gesti producono, a metà tra un passato che non posseggono più e un futuro che non riescono nemmeno a immaginare e che cercano di fuggire. Poi, lentamente, una lotta, una resurrezione. Una guerra contro la luce e il suono, una rinascita dall’oscurità e dall’isolamento: buio e luce che si fanno muscoli e carne. Così da riappropriarsi del proprio corpo, di un volto che possa tornare a essere glorioso e pulsante, risorto, vivo.
Il concetto della performance è stato concretizzato da Riccardo Fazi, autore della drammaturgia di questo spettacolo, leggendo il libro di M.P. Shiel "La nube purpurea" e che ha cercato di far emergere con "Dispace#la Rabbia rossa" il sentimento che prova un uomo nel perdere tutto ciò che possiede.
I Muta Imago sviluppano la loro ricerca indicando linee e quadrati, geometrie usate anche in precedenti rappresentazioni e offrendo allo spettatore un percorso definitivo e spigoloso. Definitiva è la loro lotta per evitare la collisione con la vita, spigolosa è l'uscita per cercare una soluzione. Lo spettacolo usa il gioco delle luci in maniera seducente, strizzando l'occhio all'inevitabile raggiungimento della bellezza.
" è un primo spettacolo e lo spettatore, se ammaliato, sarà invitato a tornare a vedere anche le successive rappresentazioni di un ciclo appena iniziato e che per ora non crea un tracciato di ri-soluzione alla crisi affrontata dell'essere umano. Nelle note di regia dello spettacolo troviamo un accenno ad un riscatto dell'uomo per tentare la via della resurrezione, ma lo spettatore non avverte un tale capovolgimento.
Si assiste a colpi violenti di frusta nella polvere, che con dovuta energia le quattro protagoniste si accingono a sferzare, si alzando ceneri sorte dalla distruzione dello spazio circostante e si riceve lo sbalordimento causato dalla musica ad alto volume. Ciò nonostante la via "d'uscita" è negata, la svolta non viene percepita e il pubblico rimane attonito, disilluso perchè i suoi sensi sono stati sollecitati, stimolati, ma non placati. E' auspicabile che una ricerca più approfondita nel tempo determinerà l'arrivo della soluzione allo spettacolo.