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26-04-2011

Intervista ad Antonella Valitutti, tra Pinter, Salerno e Medea

a cura di Mauro Corso


  Intervistiamo volentieri Antonella Valitutti, attrice e doppiatrice che pochissimo tempo fa ha portato Pinter a Salerno. Si tratta di un set di quattro testi, riletto in maniera filologica da Licia Amarante, con cui Antonella ha iniziato nel 2009 il progetto dell’Officina teatrale LAAV, una realtà completamente salernitana.  Proseguiamo con la sua esperienza teatrale nella città di Salerno e il suo lavoro come attrice.



 Partiamo dal tuo ultimo spettacolo, Quattro tempi. Come era strutturato, qual’era il suo funzionamento?

Si dice spesso che Pinter è ostico, difficilmente comprensibile, comunicabile. Noi avevamo questo dubbio nel presentarlo al pubblico, ma abbiamo voluto rischiare. Non ci risulta che a Salerno Pinter sia mai stato rappresentato. E’ stata una bella gatta da pelare e devo dire che il lavoro su Pinter è durato un anno. I quattro testi sono stati tagliati, adattati. Per esempio in Victoria Station ci sono due donne. Inoltre non abbiamo voluto creare uno stacco tra i testi e abbiamo usato Voci di famiglia come filo conduttore. Voci di famiglia apre e chiude lo spettacolo per dare una circolarità. A una lettura poco attenta Pinter può sembrare strano, quasi silenzioso. Per me invece è cristallino.

Quale registro è stato usato per l’amante?

La quotidianità. Volevamo che il pubblico si rivedesse in certe dinamiche di coppia. Era un testo indirizzato a teatri piccoli, a un pubblico limitato, è stata una parte che ho studiato per molto tempo. Licia voleva una coppia inglese. Pochi gesti, molta espressività, pause molto calibrate e senza alternative. Credo che Pinter debba essere letto, interpretato e portato in scena in maniera filologica. E’ troppo vicino a noi per essere rivisitato. 

E’ un testo del 1963, dunque contemporaneo, rispetto alla rivoluzione sessuale. Secondo te L’amante conserva ancora quella carica dirompente?

Io penso di sì. Non a caso abbiamo voluto realizzarlo a Salerno. Salerno è una piccola città in cui spesso la forma è più importante della sostanza. Con questo mi riferisco soprattutto ai rapporti tra coniugi di una fascia sociale medio-alta. Dirsi la verità e affrontare i problemi di coppia è estremamente difficile. La storia di Richard e Sarah in questo caso è illuminante Abbiamo portato Pinter in un teatro piccolo, e questo mi ha dato la possibilità di sentire le coppie che ridevano, che commentavano e che alla fine mi ringraziavano per avere portato quel tipo di testo alla loro conoscenza. Ho visto che loro si sono rispecchiati nei due personaggi di Pinter, cosa che  non succede in altri testi, anche contemporanei. 

Interpretare Pinter richiede agli attori un vero e proprio atto di responsabilità, quale rapporto hai avuto con la sua scrittura?

Ho messo di mio il divertissement. Ho provato a far capire alle donne e agli uomini in sala che loro potrebbero trovarsi al posto dei due personaggi. Ho cercato una lettura di semplicità, con poche forzature, con molti sorrisi. Ho cercato il mio compagno di scena con gli occhi, con le tonalità. Antonio ha una maturità attoriale alta e sono riuscita a trovare quel filo di complicità. Che ci ha fatto sentire veramente una coppia sulla scena.

Com’è la figura femminile dell’Amante?

Secondo me tra i due la più forte è lei. E’ lei che gli chiede di non tornare presto, gli chiede di tornare vestito da Max. Lui cerca di resistere al bisogno di fuga della moglie e cerca di farle capire che lui non ne potrebbe già più di questi tè pomeridiani, ma è lei che gestisce il gioco e che lo fa andare avanti.

Da due anni hai messo in piedi un progetto con Licia Amarante. Un officina teatrale che ha al proprio interno anche una compagnia... 

Ci siamo incontrate qualche anno fa per motivi diversi. Abbiamo lavorato con bambini, perché crediamo molto nella diffusione del teatro. Non ci interessava fare un’accademia perché ce ne sono anche troppe, ma volevamo fare una vera e propria diffusione ed educazione al teatro. Per noi la propedeutica teatrale consiste nel portare i bambini e i ragazzi sul palco con il gioco. E’ una preparazione. Quando vediamo la determinazione ad andare avanti, indirizziamo i nostri allievi verso altre esperienze, verso studi più approfonditi. Per quanto riguarda la compagnia vera e propria, ho pensato di mettere insieme più teste salernitane con varie professionalità e creare una libera compagnia, quindi con le luci, i costumi, le scenografie e la scrittura. Per me era importante che fossero tutti di Salerno. 

Avete dei finanziamenti?

Il nostro lavoro è tutto autofinanziato, ed è tutto legale e alla luce del sole, come versamento di contributi e tutto. Voglio dire, ben vengano le compagnie che riescono a ottenere fondi, ma alla fine sono sempre le stesse. Dunque bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Ci sono attori che ricevono fondi e vanno in scena ma non fanno un vero e proprio allestimento a 360 gradi con un messaggio dotato di un vero e proprio significato. Per questo gli attori che lavorano con noi devono essere consapevoli. Alla fine non ci perdiamo, ma di certo non ci guadagniamo molto. La validità del nostro messaggio consiste nel fare una proposta, come ad esempio proprio nel portare Pinter a Salerno. In questo caso abbiamo avuto un finanziamento dal Comune, perché per il Festival di Primavera abbiamo chiesto come spazio la chiesa sconsacrata di Santa Apollonia. A noi sarebbe bastato lo spazio, ma il nostro progetto ha incontrato un tale entusiasmo che ci è stato offerto il service. Abbiamo accettato molto volentieri. 

Che vuol dire portare una proposta nuova in una città come Salerno?

Salerno dal punto di vista teatrale è una città in cui circolano sempre gli stessi testi e in cui si fatica a trovare nuove proposte.Pirandello, Shakespeare e Eduardo fanno botteghino, è vero. Per una compagnia di provincia, non si può prescindere da questa drammaturgia. Ma io sono un pò stanca di assistere a rappresentazioni ovvie e scontate. Ci sono testi che non sono ancora arrivati. La cosa peggiore però è che le varie realtà teatrali non comunicano tra loro, nemmeno per progetti limitati nel tempo. Quest’ultimo è il male peggiore di questa città dal punto di vista teatrale, ed è quello per me più incomprensibile. 

Ti va di parlare del personaggio cui sei più legata, Medea?

Medea vive con me, spero di poterla rifare. Come età posso ancora farla. L’ho sentita molto mia, un po’ per formazione, perché per me il greco è la mia lingua. La sua modernità è tutta nel primo monologo, nel suo duplice stato di donna e di straniera che viene guardata dall’alto in basso nella sua condizione di mezzosangue. Ed è una condizione che si può riscontrare ancora oggi nel quotidiano, in una donna che chiede la carità alla fermata della metropolitana, in tutti coloro che vediamo come stranieri, come altri da noi. Al loro paese stanno bene, ma ci rifiutiamo di chiederci perché se ne vanno.

Qual’è il tuo approccio al tuo lavoro di attrice?

Per quanto mi riguarda, ho un approccio molto particolare, sono un’attrice di sentimento, ho una tecnica di base molto forte ma voglio vivere all’interno del testo. Non voglio essere distaccata da quello che accade in scena, devo crederci. Non accetto mai parti in cui non credo, perché il pubblico se ne accorge. 


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