16-06-2011

Luciano Melchionna racconta la sua idea vincente di teatro magico e collettivo


AA_Attori e personaggi vendesi (per difendere la dignità dell’arte): diciannove le edizioni in scena in circa quattro anni, con un totale di 112 artisti coinvolti, 135 repliche e 45.212 spettatori e una lunga tournée ancora in programma, accompagnata da una mostra collettiva di fotografie collezionate nelle passate messe in scena. DAdP è un’operazione senza precedenti, della quale il creatore racconta la genesi, con la convinzione (comprovata) che si possa partire da piccole azioni per fare grandi cose.



Format innovativo e costantenemente rinnovabile, Dignità Autonome di Prostituzione è un fortunatissimo spettacolo che dal 2007 ha dimostrato l’esistenza di un teatro vivo e pulsante e di un pubblico appassionatamente coinvolto. Basato sull’idea di un “rapporto elitario ed unico” tra lo spettatore e l’Attore, DAdP propone una “Casa chiusa dell’Arte”, dove gli attori – come prostitute – sono alla mercé dello spettatore, che munito del denaro locale, contratta il prezzo delle singole prestazioni acquistando il diritto ad assistere ad un monologo semiprivato, spesso tratto da meravigliosi classici (Pirandello, Shakespeare, Dostoevskij). La formula, ideata da Luciano Melchionna e Betta Cianchino e diretta dallo stesso Melchionna, ha conquistato un pubblico numeroso, coinvolgendo anche giovanissimi, che riscoprono il senso del teatro, la sua sacralità, gustando il raro privilegio di assistere da molto vicino alla concentrazione dell’attore che entra ed esce dal proprio personaggio, interagendo con i generi e i differenti artisti. 
Un’idea vincente, che ha conquistato il Golden Graal 2008 per Idea, Regia e Miglior Attrice (Betta Cianchini) e la Nomination al Premio ETI - Olimpici del Teatro 2009 come 'Miglior spettacolo d'innovazione'. Il monologo Per Grazia Ricevuta di Betta Cianchini ha inoltre vinto il Contest di Corti al femminile 'DonnaMostraDonna' 2011. 

Da quale idea nasce Dignità autonome di prostituzione?

DAdP nasce dalla volontà di sollevare il problema della mancanza di tutela e attenzione nei confronti degli artisti in Italia. Io ed Elisabetta Cianchini, straordinaria compagna d’avventure con la quale firmo il format da cui è tratto lo spettacolo, ci siamo accorti che la maggior parte degli attori è ormai ‘sulla strada’ pronta a soddisfare le esigenze e i ricatti e le ritorsioni di chiunque, pur di ‘esserci’ – conditio sine qua non per fare questo mestiere – e di riuscire ad esercitarsi e a crescere in ciò per cui ha studiato, compatibilmente con il pagare l’affitto. E tutto questo, a costo di mettere a serio rischio la propria dignità. E allora, nel 2007, abbiamo pensato di trattare il problema in modo morbido ma originale e provocatorio, creando una Casa Chiusa e Protetta dove ospitare sempre nuovi artisti professionisti e di grande talento, secondo un principio che ancora oggi fa la differenza e che – questo volevamo dimostrare e i fatti ci hanno dato ragione - alla lunga ripaga: la meritocrazia.

Intrigante la definizione di “format” per spiegare questo progetto. Una provocazione o semplicemente una contaminazione di generi?

Più che una provocazione, insita già nel titolo e nella struttura, la definirei consapevolezza delle potenzialità dell’idea, o ‘format’ appunto, da cui è tratto lo spettacolo che di volta in volta ha la forma e la sostanza che io sento di dargli.

Rispetto alle produzioni tradizionali cosa crede che sia il fattore più nuovo? C’è uno spettacolo a cui si è ispirato?

In realtà possono essere tanti gli spettacoli d’ispirazione e ovviamente DAdP affonda le radici nel teatro itinerante ma io non credo di essermi ispirato ad uno spettacolo in particolare: quando ho deciso di realizzare quest’idea ho cominciato a lavorare sugli attori - giunti spontaneamente e numerosissimi, dopo le prime dieci mie telefonate  - e per un paio di mesi ho costruito monologhi e performance lavorando un’ora o due al giorno con ciascuno di loro. Intanto pensavo alla struttura che avrebbe dovuto avere. Ho sentito per esempio, ad un certo punto, l’esigenza di una famiglia di maitresse e ho riadattato per l’occasione, tirandoli fuori da una mia commedia, dei personaggi bislacchi e struggenti. Pian piano, così, quello che ad un occhio inesperto o superficiale può sembrare caos, in realtà si è delineato in modo chiaro e strutturato in una sorta di ‘gabbia di sicurezza’ che permette il margine d’improvvisazione necessario ai miei straordinari attori. Sicuramente la novità sta nella ‘compravendita’, nell’offerta di prestazioni che regalino orgasmi multipli senza usare il sesso o anche solo un linguaggio becero. Importante però è anche la libertà dello spettatore che non è più incastrato tra due file di poltrone per ore a sopportare le ‘masturbazioni’ di attori tromboni che recitano testi ‘punitivi’ senza alcuno sviluppo della spettacolarità o della magia che il teatro suggerisce e regala. Il pubblico è chiamato a scegliere, prendere l’iniziativa, contrattare e quindi rivalutare le prestazioni artistiche, assistere alla trasformazione e alla concentrazione dell’attore che recita a pochi centimetri di distanza. E l’altra novità, oltre all’interazione con i vari artisti, è la meravigliosa possibilità che hanno gli spettatori di conoscersi e comunicare tra di loro, esternando apprezzamenti, entusiasmi e/o perplessità.

Lo spettacolo com’è cambiato nel tempo?

Pian piano ha preso spazio lo show di apertura, l’accoglienza iniziale dove mi diverto a giocare con i diversi generi teatrali e musicali in pirotecniche acrobazie che diano il senso di un luogo dove l’Arte è regina incontrastata, e con lei il Talento e la Qualità. Anche sul finale ho aggiunto numeri e canzoni varie, in onore del più alto avanspettacolo. Il tutto finisce in una grande festa dove la leggerezza e la speranza si danno la mano. A questo ho aggiunto negli ultimi anni un mini-concerto della strepitosa e comunicativa Momo che regala ulteriori emozioni, assolutamente inaspettate. Devo dire che la risposta del pubblico però, al di là dei numeri che crescono in relazione alla popolarità, è sempre la stessa dei primi giorni: da appena nato DAdP ha subito cominciato a regalare grandi emozioni e divertimento, stimolando l’entusiasmo più commovente.

Come ha scelto gli attori o meglio gli artisti (performer, cantanti) dato che non si tratta solo di prosa?

Li scelgo attraverso incontri e provini, quando riesco, o andando a vedere spettacoli o concerti, ovviamente. Tanti di loro però erano già miei attori da anni e con tanti mi ripromettevo di lavorare da tempo. Sicuramente i requisiti fondamentali non sono solo la professionalità e il talento, imprescindibili doti, ma anche la carica umana, la generosità d’animo. DAdP infatti ha visto ruotare ad oggi 130 artisti e tutti hanno legato e legano tra loro come non si è mai visto nelle compagnie teatrali. Questa è una delle mie più grandi soddisfazioni.

Prostituzione come atto di fede in nome dell’Arte o un semplice pretesto per esibirsi? Interessante ad ogni modo l’analogia artista-prostituta…

I due mestieri più vecchi del mondo in effetti, no? Entrambi in bilico tra il piacere e la necessità, tra ‘scelta’ e ‘costrizione’…

L’attore/performer deve recitare due volte, per convincere a farsi “comprare” e subito dopo nell’esecuzione del suo pezzo. Che ne pensa?

Penso che questo è assolutamente una delle cose più eccitanti e impegnative per l’artista ma anche per il ‘cliente’ che viene sballottato come sulle montagne russe. I miei attori alle volte recitano anche tre volte, per esempio, perché spesso io imposto con l’attore un personaggio all’esterno completamente diverso da quello che interpreterà all’interno del luogo deputato, e quindi l’attore si ritrova a giocare fuori in un modo, a vendersi come una prostituta nell’atto della compravendita – anche se con il prezioso ausilio delle maitresse - e poi ad essere tutt’altro personaggio nel vivere e far vivere la storia che regala nella stanza o nel bagno.

Gli stessi luoghi del teatro normalmente proibiti e inaccessibili agli spettatori (sottopalco, camerini, ecc) risultano come piccole voragini di piacere: quanto influisce mostrare ciò che non si mostra solitamente?

Quando allestisco lo spettacolo in un teatro, come è successo per esempio al Franco Parenti di Milano e al Quirino di Roma, allora mi diverto ad utilizzare qualsiasi spazio, per permettere al pubblico di vivere la sensazione di andare ad ‘appartarsi’ con l’attore, visitando e scoprendo i luoghi generalmente usati esclusivamente dagli operatori dello spettacolo. Questo, sicuramente esercita un certo fascino nei confronti dello spettatore che spesso non ha l’occasione di visitare il teatro se non attraverso il foyer e la platea. DAdP però, non ha bisogno necessariamente di questa dinamica dello ‘svelamento’: lo dimostra il fatto che il mio spettacolo è nato ed esploso in una scuola d’arte per poi passare in un casale fatiscente del ‘700 nel Parco della Cervelletta di Roma – dove torneremo quest’estate dal 19 al 24 luglio - e poi ancora in un palazzo del ‘600 al Festival di Benevento: ogni volta lo ripenso completamente, modellandolo nello spazio che ho tra le mani. Sempre e comunque la forza dello spettacolo e dei miei collaboratori scatena una magia che irretisce gli spettatori, rendendoli parte integrante di tanta ‘bellezza’

Emblematica la figura della Donna fantasma, che ha macchie di sangue sul suo candido vestito bianco; si tratta del simbolo del teatro “morto”. La donna però “resuscita” prima nel video, proiettato all’altezza dell’arcoscenico, poi anche in carne e ossa. Quasi che il fantasma riprenda corpo e linfa vitale dal pubblico che si accalca rumorosamente sulle sedie e per terra…

Mi piace molto questa lettura del mio fantasma e devo dire che in un certo senso è nato proprio dall’idea di visualizzare ‘l’anima del teatro’ che vive da secoli al suo interno, anche quando viene data per morta. Il sangue però è stato ispirato dalla storia di ‘All’uscita’ di Pirandello da cui è tratto il monologo interpretato magistralmente dalla mia Nella Tirante.

Nel finale non c’è più distinzione tra artisti e spettatori i quali si ricongiungono a ballare, in un ballo liberatorio, sulle note di New york, New york di Liza Minnelli, ringraziamento per essere restati tutti assieme per più di 4 ore. È la conseguenza di un rito vissuto alla pari, dagli artisti e dagli spettatori?

Assolutamente sì, è il coronamento del rito, è l’acmè: una grande festa, la festa del teatro ritrovato, se mi si passa la poca umiltà di questa affermazione.

Questo suo lavoro ha rappresentato anche un “NO”, per esempio ai tagli del Fus o alle modalità della produzione teatrale italiana. Secondo lei si può dissentire non solo scendendo in piazza ma protestando in teatro, ognuno con i propri mezzi e le proprie possibilità artistiche?

Credo profondamente che non servano le bombe e che si debba combattere ognuno con i propri mezzi e con il proprio esempio quotidiano, nella vita e sul lavoro.

Crede che possa bastare uno spettacolo per dare dignità alla categoria dei lavoratori dello spettacolo?

Credo nei piccoli gesti, fatti con onestà e passione. Amo il mio lavoro e amo chi è appassionato come me, chi non si risparmia e non sceglie scorciatoie o percorsi che schiaccino gli altri. Credo in tanti piccoli ‘enormi’ gesti. E credo che ognuno di noi dovrebbe farne: solo così può cambiare qualcosa.

Quali sono i suoi prossimi impegni lavorativi?

A parte quelli top secret (teatro e cinema) sui quali sto lavorando, DAdP continuerà ad assorbirmi ancora a lungo, visto che stiamo definendo una tournée che al momento ci vedrà impegnati sicuramente fino alla primavera del 2012. Le date prossime già definite sono: 24 e 25 giugno in Spagna per il FITT – Festival Internazionale di Teatro di Tarragona; dal 19 al 24 luglio al Casale della Cervelletta a Roma; dal 9 al 14 agosto al Festival La Versiliana; dal 20 ottobre al 13 novembre al Teatro Bellini di Napoli.

(foto di Laura Piattella)


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