Foto

 
Video
 


Collegati

04-04-2012

Gloriababbi e il teatro d’attore - Intervista a Giampiero Rappa


La Scuola genovese, lo spirito di gruppo e la forza dell’interpretazione sono le basi di una delle voci più presenti della drammaturgia contemporenea



Classe ’73, formatosi presso la Scuola del Teatro Stabile Genovese, Giampiero Rappa figura tra i fondatori (nel 1998) ed è a tutt’oggi uno dei quattro componenti - insieme a Filippo Dini, Sergio Grossini e Mauro Pescio - della Compagnia Gloriababbi Teatro, la cui poetica è “fondata sulla figura dell’attore, sulla sua primaria e incondizionata libertà di espressione, e sulla sua indiscutibile centralità all’interno della creazione artistica”. Come autore ha guadagnato il Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia Europea - XIII Edizione - Anno 2007 con Prenditi cura di me, dopo che suo primo lavoro, Gabriele, scritto con Fausto Paravidino nel 1998, aveva vinto la Terza Rassegna di Drammaturgia Emergente (miglior spettacolo della giuria e del pubblico) e nel 2005 era stato Finalista ai Premi Olimpici del Teatro dell’ ETI come novità italiana. La stessa Gloriababbi nel 2011 ha coprodotto con la Compagnia Gank e il Teatro Eliseo, Romeo e Giulietta con la regia di Valerio Binasco, per il quale Filippo Dini (altro componente storico della compagnia) ha ricevuto il Premio Le maschere del Teatro Italiano 2011 come miglior attore non protagonista nel ruolo di Padre Lorenzo. Nell’ultima rassegna TREND -  nuove frontiere della scena britannica, curata da Rodolfo di Giammarco, Rappa ha presentato la regia della mise en espace di Slow Air, di David Harrower, e fra i prossimi progetti ha in programma un’incursione al Fringe Festival di Edimburgo nel mese di luglio e l’apertura della prossima stagione del Piccolo Eliseo.

Il tuo nome è legato a quello della Compagnia Gloriababbi, che è nata anche insieme a Paravidino. Tutti voi avete vinto negli ultimi dodici anni parecchi premi teatrali: merito di una scuola comune, di un buon lavoro di squadra o di un contesto povero di talenti?

Sicuramente la scuola di Genova è una di quelle più importanti, da una formazione seria e infatti non a caso vi si sono formati tanti nomi. Noi dopo aver studiato insieme allo stabile di Genova siamo venuti a Roma formando una compagnia, quello è stato sicuramente l’inizio di un percorso di crescita, di esperienza sul campo. Io e Fausto - Paravidino, ndr - abbiamo cominciato a scrivere, io e Filippo – Dini, ndr –abbiamo cominciato a dirigere dei testi e ci siamo occupati dell’organizzazione di uno spettacolo, anche dal punto di vista tecnico e scenografico. In questo modo abbiamo cominciato a fare una nostra scuola: esperienze, errori e conferme. Oggi, a distanza di quattordici anni, mi rendo conto che quando qualcuno di noi va a lavorare in altri contesti si porta dietro questo bagagli

Quindi il gioco di squadra ha un valore importante?

Secondo me nel teatro è fondamentale. Magari per delle coincidenze si possono anche fare belle operazioni, ma una compagnia che si conosce da tempo, che ha un linguaggio comune, ha costruito basi solide, nel fare uno spettacolo nuovo ha più possibilità di fare un bel lavoro, perché sente il bisogno di mettere in scena proprio quell’opera lì. Quando invece la compagnia viene formata ad hoc per un certo spettacolo, magari con determinate esigenze di casting, c’è minor libertà di scelta. Per noi questa libertà è un aiuto, d’altro canto bisogna stare attenti a non creare un gruppo chiuso, questo è il rischio.

Gloriababbi collabora spesso con altre entità come Gank e con uno stesso gruppo di attori: è una via naturale, perché avete le stesse origini, è un modo di confrontarsi continuamente o una necessità di unire le forze in un momento critico?

Sicuramente partire da una scuola di quel tipo porta spontaneamente a cercare chi ha il tuo stesso linguaggio: ci si capisce al volo. Però ad esempio nel prossimo spettacolo che stiamo preparando, ci sono attori che non provengono dalla scuola di Genova. Insomma, il linguaggio comune è importante, ma fino ad un certo punto, perché anche con attori provenienti da altre scuole ci si intende. Secondo me ci si deve invece ritrovare sul punto di partenza: è lo spettacolo ad essere protagonista, e non l’attore che vuole emergere in senso individuale. Nella nostra compagnia si collabora bene quando sentiamo che c’è in comune il desiderio di scegliere una storia ed occuparsi di quella, non tanto delle proprie ambizioni. Quelle poi sono soddisfatte dal risultato del lavoro che si fa. 

Nel sito si legge che la poetica della compagnia è fondata sulla figura dell’attore: tu ti senti prima attore, autore o regista?

All’inizio mi sono formato come attore, e per molti anni ho fatto solo quello. Poi ho iniziato a scrivere e la scrittura ha preso il sopravvento, è diventato l’impegno più grande, che continua ancora ad oggi. Fare l’attore mi ha aiutato a scrivere e a dirigere, ma scrivere mi ha aiutato a dirigere. Per quanto riguarda poi il ruolo dell’attore lo vedo in contrapposizione ad un teatro di regia, che per anni lo ha soffocato. In questo senso noi abbiamo una visione più vicina a quella della commedia dell’arte, che è poi la radice della nostra tradizione: attori che creavano l’immaginario dello spettacolo. I primi testi li ho scritti proprio pensando agli attori, poi piano piano ho smesso di farlo, ma inconsciamente ho sempre tenuto in mente la compagnia e l’interpretazione dei personaggi.

In qualità di regista come ti relazioni all’attore senza finire in un ‘teatro di regia’, ma lasciandolo libero?

Di solito tengo da parte quelle che chiamo “idee salvagente”, che utilizzo nel caso in cui durante le prove non troviamo cose interessanti. Cerco di non imporre subito il mio punto di vista, ma di vedere prima cosa succede, cosa l’attore propone in maniera creativa. Il regista è una specie di fotografo, che in prova riesce a cogliere i momenti più significativi, mettendo insieme le tante foto che comporranno uno spettacolo. Sceglie quello che a suo gusto è giusto, colpisce, funziona. Quindi all’inizio lascio molta libertà, poi se dopo numerose prove il testo va in una direzione che non viene compresa dagli attori, li porto dove ho immaginato e spesso vengo seguito. Altrimenti si tratterebbe di una mera esecuzione. Certo nella scrittura c’è un concetto ritmico del testo, un progetto di andamento dello spettacolo, a cui si arriva comunque attraverso la mia guida.

Quindi ti capita di scoprire cose che non sai di aver messo nel testo?

Assolutamente. Sempre. Infatti vengo anche preso in giro, si ha il sospetto che sia un altro a scrivere. Il fatto di essere autore implica anche un maggior rispetto della scrittura quando si dirigono di testi di altri, ad esempio rispetto ai tagli. La differenza fondamentale tra dirigere i propri testi e quelli degli altri è il distacco: sui testi altrui hai un rilassamento più positivo, senti di avere meno responsabilità, meno carico emotivo. Nel tuo devi invece riuscire a dimenticarti di averlo scritto tu, e quindi scordarti che ti stai sottoponendo ad un giudizio.

Parlando di contenuti: da dove vengono le idee, come decidi di scrivere su un certo tema, come lo sviluppi e qual è lo scopo ultimo che ti prefiggi come autore?

Per ogni testo è stato diverso, ad esempio Sogno d’amore e Il coraggio di Adele sono nati dall’autobiografia, se così si può dire. Partono da un’esigenza personale. Altri, come Prenditi cura di me, sono stati frutto di un lavoro di ricerca sul campo, anche perché altrimenti non si riesce ad essere credibili. Anche per Zenit, ad esempio, ambientato in una comunità per ragazzi con problemi borderline, sono entrato in una struttura, mi sono documentato molto. Diciamo che mi innamoro di un’indea quando diventa un’ossessione, ci penso tutti i giorni e sento che tutta la mia vita si sta dirigendo in quella direzione: quello è il segno che devo scriverne. Non credo che si tratti di coincidenze astrali, ma se la tua attenzione è su quella storia devi raccontarla. Come quando sei innamorato: improvvisamente tutto si indirizza su quella persona. Insomma, l’ispirazione viene da esperienze personali oppure da un respiro del mondo. Per esempio il testo che faremo nella prossima stagione l’ho scritto nel 2007-2008, poco prima del crollo finanziario ed oggi è molto attuale perché descrive quello che di fatto sta accadendo, però sotto forma di favola. Parla di un villaggio che è in crisi economica e senz’acqua da tempo, in questo clima di tensioni arrivano due stranieri e costruiscono la macchina dei desideri; il problema è che i desideri da realizzare sono spesso in contrasto con quelli degli altri e quindi scatenano conflitti ulteriori. Anche in questo caso per scrivere mi sono documentato molto sia in campo finanziario che sociologico, leggendo Bauman ad esempio. Tutte le mie storie hanno sempre come tema di fondo quello del potere: in amore, in amicizia, in politica…. C’è sempre l’analisi di un rapporto di potere, senza un giudizio, ma con forte interesse per il meccanismo dell’ingiustizia, che ci capita di subire ma anche di perpetrare.

Tocchi temi anche impegnativi, dolorosi, come la guerra (Il coraggio di Adele) e la mala sanità (Prenditi cura di me), ma i tuoi lavori mantengono una leggerezza formale e un’ironia di fondo, grazie anche agli attori: come ci riesci?

Io credo che sia indispensabile avere questi momenti in uno spettacolo, non perché si debba far ridere per forza, ma perché la storia arriva di più. Se lo spettatore viene aggredito si chiude, quindi anziché avvicinarlo lo si allontana. Anche la vita è così, non è tutta di un unico colore, persino nelle situazioni drammatiche ci sono momenti divertenti. Mostrarli permette allo spettatore di rilassarsi e prepararsi alla tragedia successiva; saper alternare questi momenti permette di creare un respiro, una distensione che porta ad aprirsi e seguire la storia. E poi gli attori con cui lavoro hanno quest’ironia dentro, che non tutti hanno. Secondo me chi ce l’ha è un grande interprete.

I personaggi da dove vengono? Dalla realtà?

Molte sono cose che ho visto, o anche frasi che mi capita di appuntare. Diciamo che il filo conduttore è sempre il tema dell’ingiustizia: quando mi capita di vedere cose sgradevoli le annoto e le ripropongo. Poi certo, tutto quello che vedi, che senti, anche senza rendertene conto lo riutilizzi. Così come i sogni: i personaggi sono proiezioni, sono parte di te. Come in un sogno, appunto.

Scrivere, dirigere, recitare: cosa ti piace di più fare?

Attualmente scrivere, anche se dopo aver lavorato in Romeo e Giulietta - regia di Valerio Binasco, ndr – mi è ritornata voglia di stare sul palco. Scrivere e dirigere è quello che preferisco.

Prossimi progetti?

Il coraggio di Adele due anni fa era già stato tradotto per il Canada, oggi Gaetano Sciortino, innamoratosi del testo, ha deciso di portarlo al Festival di Edimburgo (con Katarina Morhacova), dove starà due settimane a luglio. E’ la prima volta che porto un lavoro su, la regia è analoga a quella fatta all’Eliseo, sfruttiamo ovviamente l’esperienza fatta, ma gli attori sono diversi quindi lo sarà anche lo spettacolo. La prossima stagione invece prevede una coproduzione con il Teatro Eliseo, che aprirà la stagione del Piccolo (dal 9 ottobre al 4 novembre). Si tratta, come dicevo prima, di un testo scritto diversi anni fa e mai rappresentato, La macchina dei desideri: otto attori per 13 personaggi, con una scena molto semplice, ma con un gran lavoro su musiche e costumi perché bisognerà ricostruire un luogo con un’ambientazione non ben collocata nel tempo. Fra gli attori Mauro Pesce, Sergio Grossini, Antonio Zavatteri e Silvia Aielli. Dopo il Riccardo III di quattro anni fa al Globe, la prima operazione con un grande investimento; un testo completamente diverso dagli altri, a cui tengo molto.

Tutto da vedere.


Username:
Password:
 - 
PRIMA
fai click per chiudere...