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04-04-2012

Intervista a Veronica Sbergia per Old stories for modern times

a cura di Mauro Corso


Di solito su TeatroTeatro non ci occupiamo di musica. Max De Bernardi e Veronica Sbergia sono una delle eccezioni che confermano la regola. Una delle ragioni che mi convincono ogni volta a scrivere di loro è la straordinaria qualità delle loro performance live. Recentemente sono stati segnalati da Folks & Roots, la più importante rivista Roots britannica. L’occasione è il nuovo disco “Old Stories for modern times”. Lascio la parola a Veronica Sbergia, che è stata così gentile da lasciarsi intervistare anche stavolta.



- Come è nata l'idea di questo disco?

Inizialmente era mio desiderio fare una sorta di tributo alle artiste donne del Blues delle origini, dalle minori e poco conosciute alle grandi cantanti. Man mano che sceglievamo i pezzi l'idea iniziale si e' progressivamente trasformata e ci siamo accorti (io e Max) che il criterio di scelta dei pezzi ricadeva quasi sempre sull'originalità della storia o la particolarità del pezzo. A questo punto è maturata la volontà di concentrarci sulle storie e sui personaggi che le hanno raccontate a suo tempo, un piccolo excursus che dimostra come sia ancora incredibilmente attuale la musica di 100 anni fa.

- Veronica & the Red wine serenaders, Red wine serenaders, ora Veronica Sbergia & Max De Bernardi... la storia di quest'ultima "formazione" è fin troppo ovvia, ma da dove nasce questa scelta? 

Non ci piace essere troppo stabili sulle stesse cose, è un po' come avere il Ballo di S. Vito che ti impedisce di stare fermo! Ci piace evolverci, cambiare e spiazzare anche un po' il nostro pubblico, cosi' non avra' tempo per annoiarsi con le stesse cose!

- Old stories for modern times... cosa può raccontare a noi, nell'Italia del 2012, la musica tradizionale e blues statunitense? 

Tanto, tantissimo. Ci sono infiniti parallelismi tra il nostro tempo e il tempo narrato in quelle storie, in quella musica. Di crisi si parla oggi e di crisi si parlava allora, l'occupazione o meglio la disoccupazione, la difficoltà del vivere e tutte le conseguenze che porta a livello sociale...sono le storie raccontate dalla fascia più debole, popolare dell'America di inizio secolo, quindi forse la più vera e autentica perché più colpita e debole. Proprio come oggi.

- Quali sono le canzoni che ti stanno più a cuore? 

Ti cito in particolare "The Last Kind Words" un pezzo splendido e molto molto emozionanate, interpretato in origine da un'artista semi sconosciuta che rispondeva al nome di Geeshie Whiley e poi cito, e colgo l'occasione per ringraziare i nostri prestigiosissimi ospiti internazionali, i pezzi che vedono Bob Brozman e Sugar Blue ai rispettivi strumenti: "Sweet Papa (Mama's getting mad), tratto dal repertorio vaudevilliano della cantante Aileen Stanley e Viper Mad, pezzo di apertura del disco datato 1938 e scritto da Sidney Bechet.

- Come sono state arrangiate le canzoni, e con quali strumenti? 

Oltre alle chitarre, resofoniche, acustiche e lapsteel, ci sono ukulele, mandolino, washboard, glockenspiel, kazoo, armonica, contrabbasso... il tutto registrato digitalmente in mono e poi ripassato su nastro tramite consol analogica. Questa scelta ci ha consentito di sfruttare la pulizia e fedeltà del suono digitale e nello stesso tempo di avere il calore e la rotondità del suono analogico.

- Naturalmente ci sono degli ospiti... li vogliamo citare? 

Oltre ai succitati Bob Brozman, maestro indiscusso della chitarra resofonica nel mondo e Sugar Blue, il grande armonicista che vanta collaborazioni illustri con Rolling Stone, Bob Dylan, Frank Zappa e Willie Dixon, hanno suonato con noi anche Dario Polerani al contrabbasso, Massimo Gatti al mandolino e Leo Di Giacomo alla chitarra acustica.


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