Cinque stelle per questo One man show. Cinque stelle che illuminano la scena.
La prima si chiama Orson welles, un uomo che ha dedicato ogni angolo della sua esistenza all'inganno dell'arte. In questo spettacolo, attraverso un fitto reticolo di aneddoti e richiami biografici, Welles viene presentato, quasi fosse un novello Loki caduto tra gli uomini, come un ladro di sogni, un artista al di sotto della sua divinità. Un artigiano che ricostruisce i linguaggi dell'arte ponendo se stesso come punto di partenza. Gli oggetti sulla scena, pur nella loro semplicità diventano, se ben illuminati e accarezzati, fonte inesauribile di storie e suoni (la melanzana che diventa un'astronave spaziale è da antologia). Emerge con chiarezza come non esista frequenza che Welles non sappia far risuonare.
La seconda stella è l'ironia briosa degli autori. Mai sopra le righe Michele De Vita Conti e Giuseppe Battiston riescono con affettuosa malinconia a piegare l'ombra del titano per una notte. Nel testo vengono incastrate con garbo le idiosincrasie dell'artista e il suo bi-sogno di magia e incanto. Welles che si erge sopra la memoria degli ascoltatori offre se stesso, prima che i suoi film o la sua icona, come eucaristico nutrimento per gli ascoltatori. Non a caso il nome dello spettacolo, Orson Welles Roasted, celebra il grado di cottura più adatto per ingerire e digerire il protagonista.
La terza stella è data dal complesso meccanismo con cui gli autori riescono costruire l'intero spettacolo, che si compone come un sistema formidabile di matriosche. Orson Welles riscritto dagli autori, interpretato da Giuseppe Battiston che veste i panni di Welles stesso. Quasi una teofania, un'ombra che si nutre di se stessa per esistere infinite volte, un gioco di scatole cinesi raffinato e coinvolgente al punto da indurre gli spettatori a pensare di avere davanti proprio Orson Welles.
La quarta stella non può dunque che essere per il bravo Battiston la cui interpretazione, benché artatamente increspata da un ronzante accento americano, fornisce tutte le chiavi per comprendere (nel senso più stretto del termine) tutte le bordate che vengono dal personaggio. Ci sono i chili di troppo, c'è la barba, gli stivaloni neri e quell'espressione pericolosa che avrebbe incantato tutti i suoi spettatori, sostenitori o detrattori che fossero.
Infine la quinta stella. La più piccola forse, ma anche la più deliziosa. Al genio si riconosce in genere la capacità di cogliere il momento per fermarlo, analizzarlo e poi riproporlo in forma di spettacolo condivisibile. Nulla allora può togliermi il piacere di ricordare, con quanti fossero in sala con me, quel siparietto improvvisato in cui, al suonare dell'immancabile telefono cellulare in sala, Orson-Battiston ha interrotto lo spettacolo per dire con placido accento americano: “chi-figurha-di-merda!”. Applausi.