Recensione:
Un bucranio è al centro della scena. Ricorda il teschio di Yorick, un cranio che “aveva dentro una lingua, una volta, e sapeva cantare”, rileggendo le parole di Amleto e parafrasandole, “un bucranio che aveva dentro una lingua, una volta, e sapeva muggire”. Tutto è ridicolo in questa pièce teatrale costituita da tre atti brevi senza una sequenza logica, in un asettico e claustrofobico spazio scenico, nel quale con fatica le battute dai testi di Martin Crimp vengono sviscerati.
L’Accademia degli Artefatti con Tre pezzi facili propone uno spettacolo che muove sulle fila sottili del nonsense per comunicarci la superficialità del mondo occidentale. Nel teatro di Martin Crimp tutto viene rotto attraverso la costruzione di dialoghi assurdi, dove la precisione descrive azioni apparentemente irreali.
La regia di Fabrizio Arcuri mette in scena la fatica dei silenzi, che pesano sullo spettatore che storce il naso in un’atmosfera di disagio. Questo il punto forte dello spettacolo. La rappresentazione, nel primo movimento, Meno emergenze (Fewer emergencies), di un teatro che non si presenta come intrattenimento ma come ripugnanza, fastidio nei confronti dei tre personaggi che rappresentano non essenze, né presenze sceniche, ma tre attori. La recitazione è gettata sul palco come un pezzo di carne sanguinolenta sul bancone del macellaio.
Il secondo movimento, Consigli alle donne irachene (Advice to Iraqi women), delude le aspettative createsi attorno al primo atto breve. Nato dalla penna di Crimp come un brillante articolo satirico, sulla scena non lascia emergere la genialità, e ci viene presentato come un veloce intermezzo che non decolla a causa di uno utilizzo superficiale e tradizionale dello spazio scenico.
Il terzo movimento Faccia al muro (Face to the wall) recupera i propositi dell’ottimo pezzo d’apertura e il trio (Matteo Angius, Pieraldo Girotto, Fabrizio Croci) riemerge di nuovo orgoglioso di essere in scena, dove il dinamismo prende il posto della staticità iniziale e crea un buon dittico in cui il pubblico si riscopre avvolto nel medesimo stato d’emergenza dei protagonisti, dato da un senso di abbandono, e di solitudine incomunicabile che aliena gli esseri umani l’uno dall’altro, che siano figli, padri, assassini o semplicemente spettatori.
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