Recensione:
Mentre le mamme giocano a carte nel loro giorno di svago, le figlie, nell’altra stanza, crescono e ingenuamente rivelano le ipocrisie sopportate dalle madri. Tre hanno già figliato, una potrebbe sgravare da un momento all’altro, si affacciano le doglie e il ruolo della donna, la necessità di essere qualcosa in più di un contenitore di vita, riempie le loro riflessioni. Nella seconda parte sono poi le stesse figlie a tirare le somme delle aspirazioni materne, delle conquiste realizzate con il passaggio generazionale, delle aspettative tradite, del rapporto con l’altro sesso tanto sbilanciato negli anni sessanta quanto incerto ai giorni nostri.
Cristina Comencini riporta in scena il suo spettacolo di successo con un cast tutto nuovo. Mentre il testo regge il passaggio degli anni, è l’interpretazione e la regia che mostrano segni di stanchezza.
I tempi sono giusti, la comicità del testo non viene tradita ma la drammaticità è cavalcata in maniera esteriore. Qualcosa non funziona nell’atmosfera e non trascina nonostante l’urlo di dolore che chiude con una drammatica speranza il primo atto. La morte apre il secondo, brillantemente introdotto da Chiara Noschese, inarrivabile per tempi e naturalezza, che vince il confronto con il vecchio cast esplorando i limiti del suo personaggio, portandolo al confine con la follia per poi rientrare e farsi promotrice esilarante nell’alimentare speranze. Le esternazioni delle compagne però, sembrano partire dal nulla, fuori da una complicità che fatica a palesarsi, con un finale che perde efficacia per ciò che nello spettacolo non è stato ben seminato.
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