Recensione:
Un testo che si sviluppa come un sottile filo, delineando tenue il punto di rifrazione di una realtà tragica e ingombrante. Linea e punto, ma anche intervallo e incrocio, silenzio e grido: ecco quanto scaturisce dalla penombra ove tutto ha inizio, avanzando verso una luce che alla fine niente illumina, se non la morte.
Un procedere a singhiozzi che riecheggia le lacrime e i sorrisi, di cui l’autore José Sanchis Sinisterra impregna la sua opera affidandone il testimonio alla regia, che prontamente lo raccoglie.
Si assiste a un gioco tutto teatrale di riflessi, che sono anche forma e mezzo di interpretazione di una realtà troppo brutta per essere vera, da cui si cerca di fuggire con ogni mezzo, quando non di rimuovere del tutto, eliminandone le radici marce.
Ay Carmela! cerca di veicolare tanta bruttura davanti ai nostri occhi in una apparentemente docile, e certo dolente alternanza tra riverberi di sogno e frammenti di realtà. E umanità fatta a brandelli. Calpestata e derisa.
Non si infrangono gli specchi, ma ci si ripara malinconicamente nella dimensione plastica del sogno, frutto del ristoro fasullo di un sonno tutt’altro che benevolo. E sono i sogni a venire infranti.
E’ in questa chiave che lo spettacolo trova la sua coerente progressione, che suscita interesse immediato e coinvolgimento vero dall’inizio alla fine, seppur celando ogni tanto qualche tratto veniale dal sapore un po’ acerbo.
Ma la collocazione della sua cifra è chiara e si fa apprezzare nella sua propensione ad aspetti ed espressioni di richiamo surreale.
Lo spettacolo è asciutto, eppure qua e là liquefatto di dolore. Mostra tinte dalle venature crude e grigie, ma è anche percorso volentieri da fremiti ideali che danno il giusto supporto e accompagnamento a gradite strisce di appeal fumettistico, complice l’impeto di Paolino , che bene incarna la prospettiva dell’accesso senza scampo ad abissi di viltà.
Un adeguato sottofondo musicale, che introduce la storia dei due protagonisti, scompare troppo presto ma non cessa idealmente di vibrare le sue risonanze anche in seguito, soprattutto nelle belle movenze e nella intensità degli sguardi di Carmela . Che è brava a lasciare immaginare (e a tenervi in sospeso il compagno) un sanguigno flamenco che avrebbe esaltato di più, su un filo di musica, il suo passionale carattere senza disturbarne la carica di significato, vertigine di ribellione commossa e mai banale.
Anche nel disegno essenziale di scene e luci, nell’interazione dei due personaggi, lo spettacolo affronta a viso aperto il dramma, senza rinunciare al dono di una ilarità che, senza troppe pretese, cerca di parlare al cuore.
Fino al punto di sembrare una richiesta di aiuto, un esse-o-esse lanciato alla nostra capacità di non dimenticare, e rimanere svegli nelle notti più buie.
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