Recensione:
La famiglia Lo Cicero, sottotitolo siamo molto cambiati, è uno spettacolo composto da due atti unici: La Gabbia di Lucien Descaves, in cui una famiglia borghese divenuta povera, ridotta allo stremo, incapace di rassegnarsi ad un livello di vita modesto, decide di uccidersi in massa e L’irresistibile ascesa della famiglia Lo Cicero di Giuseppe Sorgi, in cui si narrano le vicende paradossali di una famiglia di oggi assuefatta dall’anti-cultura dell’apparire inculcata dalla televisione.
La regia di Pino Quartullo ha accostato due testi fra loro inconciliabili, offrendo allo spettatore lo stridente contrasto di due registri, quello drammatico prima e quello comico-grottesco poi, forzatamente uniti dal debole filone del concetto di gabbia e di compattezza all’interno del nucleo familiare.
Il risultato è poco interessante. La resa degli interpreti, decisamente migliore nell’atto comico, risulta affettata e forzata in quello drammatico iniziale. L’accostamento di contenuti e linguaggi così differenti non trova una giustificazione drammaturgia. L’operazione più che coraggiosa appare folle, oppure, più semplicemente, alla ricerca di una qualunque visibilità. Inoltre i continui e ripetuti cambi di scena non rispecchiano un’esigenza reale e risultano piuttosto di disturbo allo svolgersi dell’azione.
I quattro de Il Gruppetto hanno sicuramente talento comico e un buon affiatamento scenico ma non risaltano invece nell’interpretazione dell’atto unico di Descaves. Volutamente derisoria di un teatro di fine Ottocento che costringeva gli attori a faticosi e forzati volteggi pur di non dare le spalle al pubblico, quando non a rivolgersi palesemente alla platea per declamare il messaggio nel testo, l’interpretazione del primo atto non trova nel secondo una rispondenza comprensibile.
L’intento di raccontare come eravamo e come siamo diventati, attraverso le vicende della stessa famiglia in momenti storicamente tanto lontani, e la riflessione meritevole sul rapporto famiglia-televisione non trovano espressione consona né valida nella messinscena di questo spettacolo.
Pur se il messaggio che si vuole comunicare ha un certo spessore ed una valenza di qualche interesse, la modalità scelta non è gradevole. Il prodotto finale risulta dilatato, dissonante e stonato. Si esce dal teatro chiedendosi quale sia oggi il senso di uno spettacolo così, il motivo per cui offrire al pubblico, già provato dai tanti e vuoti show televisivi, uno spettacolo che deforma e deprime anche il palcoscenico teatrale.
Sembra quasi che lo spettacolo faccia il verso a se stesso: come nel testo le crescenti basse aspirazioni mass-mediatiche portano la famiglia Lo Cicero alla perdita di ogni valore, anche su questo palco si è disposti a tutto pur di avere visibilità.
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