Recensione:
L’idea originaria dell’autore Ephraim Kishon contiene in sé la capacità di esprimere una disposizione irrefrenabilmente comica e paradossale che, con una qualche accortezza interpretativa di una regia attenta, lascerebbe magari emergere quella certa vena dissacratoria che non guasta mai.
Con una qualche sorpresa, e con molto rammarico, registriamo tuttavia che l’intero potenziale del testo da cui è tratta la commedia è stato bruscamente murato vivo all’interno delle pareti del teatro, che per l’occasione non hanno avuto nemmeno la forza di riprodurre l’”arte” e l’effetto di ben altri, e meno nobili mezzi di intrattenimento di massa.
Oh Romeo.. avrebbe potuto legittimamente aspirare all’impresa di far rinfocolare l’amore per i cosiddetti classici, celebrando un teatro fatto di potenti intuizioni introspettive, di invettive e dispute di carattere etico, proprio attraverso l’uso calzante e la giusta inclinazione verso il puro senso del grottesco.
Ma finisce soltanto con il far rimpiangere amaramente i bei tempi in cui un certo, e noto trio si divertiva a far divertire veramente, magari con poco.
Lo spettacolo si rivela scomposto e sbiadito, così come piatto e un po’ generico è il polso della regia che, neanche tanto inconsapevolmente, si affida solo al superbo estro di Massimo Lopez.
E’ un peccato constatare come tutto il resto si disperda: a cominciare proprio dal testo, privo della minima logica interna, dalla caratterizzazione dei personaggi, fino alla dinamica delle singole scene, letteralmente inchiodate alla monotonia nelle parti orfane del talento monstre di Lopez.
Anche la bravura della principale partner femminile in scena, una volitiva, precisa e sicura Alessia Duca, si perde nelle incertezze della regia, alle prese con svolgimenti ripetitivi già al sipario iniziale (un vero record difficile da battere).
Complice anche il registro impartito al Romeo di turno, un Giuliano Chiarello da rivedere in un’altra occasione, che non ha scampo in mezzo al guado, sempre a metà tra l’inutile verso al Giandomenico Fracchia del primo, “mitico” Paolo Villaggio e le non riuscite parodie della posa e gestualità delle commedie “alla maniera” di Johnny Dorelli, o delle macchiette di Enrico Montesano. Altra pasta di attori, nonché grandi show-man.
E soprattutto altro genere di spettacoli, che con la forza della comicità e della leggerezza, frutto di una competenza vera, hanno rappresentato per anni aspetti importanti del fare teatro in Italia, anche sfruttando (perché no?) l’onda benevola della marea dei varietà catodici. Indipendentemente (si badi bene) dall’irrisolta questione su che cosa significhi e cosa sia il teatro.
Così come dotato di autentico talento e professionalità è Massimo Lopez, che non ha bisogno di scimmiottare alcunché, né certamente di spettacoli di questo tipo, per far conoscere e apprezzare la naturalezza con cui in scena riesce praticamente a fare di tutto: cantare, ballare, recitare.
Essere insomma un attore vero.
Ci piacerebbe rivederlo così, sempre.
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