Recensione:
Ponete i personaggi delle opere di Samuel Beckett su una scacchiera, un orologio fermo alle loro spalle che sospende il tempo e fateli giocare (nel più ampio senso del verbo inglese to play) una tragedia greca. In tutto questo aggiungete una musica moderna e un effetto di luci psichedeliche e avrete l’Exhil Agamennon messo in scena dalla neonata compagnia romana dei “Fili rossi” che decide di debuttare con il testo originale di Massimiliano Milesi.
La regia attenta e meditata di Gianni Licata guida le fila degli attori, li fa intrecciare, danzare a ritmi ripetuti e ossessivi di una modernità disperata, tenendoli per tutta la durata della messinscena sul palco e spingendoli in un’identificazione estrema con il personaggio fintanto da dare ai monologhi di Antonella Alfieri (Alice nel paese delle meraviglie?), Tarek Chebib e Francesca Romana Miceli Picardi (Alice nel paese delle meraviglie?, Zona protetta) un rilievo interpretativo tagliente che colpisce le corde più profonde dello spettatore.
L’arrivo di Agamennone è prossimo alla stazione del decimo chilometro e questo senso di impaziente attesa viene trasmesso attraverso con un filo diretto dal palco al pubblico. Lo spazio scenico allestito dalla scenografia e dalle ottime luci di Silvia Nurzia e Daniel Plat è una gabbia senza tempo, un manicomio dove la tragedia si immagina ripetuta ogni giorno, dall’attesa dell’arrivo del Re fino al suo assassinio, che non risolve ma dipana la matassa delle complesse psicologie degli autori del delitto.
Non vi è un protagonista perché non si assiste a un teatro di recitazione. E’ teatro-esperienza, che si vive dentro, nello spirito, e fuori, sulla pelle. Le tematiche affrontate dallo spettacolo sono coraggiose, sono le tragedie che vengono solitamente allontanate dai palcoscenici. La ricerca disperata e patologica del sesso, il senso di inutilità dopo aver compiuto l’unico gesto estremo che si credeva potesse allontanarlo, la violenza di un atto subito da bambino, che porta all’orrore di una vita non vissuta se non nel male, ognuno con i suoi personali drammi da cui non riesce a uscire, rimanendo così a un punto fermo, immobili su quello che viene dato essere la loro essenza, intrappolati in una stazione coi propri demoni interiori.
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