Recensione:
Hilda, Hilda, Hilda: si parla continuamente di lei in questo testo di Marie Ndiaye, un lavoro barocco, certamente eccessivo e sbilanciato, ma anche piuttosto affascinante.
Eppure Hilda, la cameriera che “La signora” ha deciso di assumere, non apparirà mai sulla scena, ridotta ad essere un puro nome, una presenza continua a ingombrante che vive solo attraverso l’assenza.
Lo spettacolo si sviluppa lungo sei diversi quadri che mostrano l’evoluzione del rapporto con Hilda di due personaggi, la Signora Lemachard, una donna colta e benestante che si esprime attraverso monologhi torrenziali che lasciano all’interlocutore appena il tempo di dire sì e no, e Frank, il marito di Hilda, vile e opportunista. A loro si aggiunge, in una scena poco prima del finale, Corinna, la sorella di Hilda.
La Signora vuole Hilda per il suo nome, che “la uccide a fuoco lento”, così come rifiuta di sostituirla con la sorella perché non potrebbe mai sopportare una “Corinna”. Il nome è tutto: “se mi chiamassi Hilda la mia vita sarebbe diversa”, dice la Signora. Ella si appropria di Hilda, della sua vita, dei suoi figli, del suo corpo: la veste, la lava, la trucca, come fosse una bambola, nell’ansia di farla assomigliare a se stessa, di trasformare la cameriera nella padrona, o meglio, se stessa in Hilda. Questo sembra essere il suo desiderio profondo: vivere la vita di qualcun’altra, avere altri figli, amare un altro uomo.
E’ in questa ambiguità di fondo, in quest’atmosfera di nevrosi, ossessioni, dove realtà e immagine si confondono fino alla finale sovrapposizione di Hilda e della Signora, l’aspetto più interessante dello spettacolo. Ottima perciò la scelta di Beno Mazzone di isolare gli attori in una scena assolutamente vuota, che regala ai personaggi un’inquietante, fredda, irrealtà.
Gli aspetti meno convincenti dello spettacolo riguardano invece alcuni elementi del testo, in particolare un’eccessiva e compiaciuta ridondanza e, soprattutto, un accumulo di contesti e riferimenti che non riescono a trovare un equilibrio drammaturgico: il rapporto serva-padrona, il tema del doppio, le critiche politiche, sociali ed economiche, gli aspetti psicologici, i desideri sessuali.
Molto buona la prova di Simonetta Goezi, interprete di una signora che riempie la scena con la sua soffocante presenza.
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