Recensione:
Un anonimo interno, una casa a cui tornano due estranei sgomenti ed incerti. Apparentemente, il marito ha perso la memoria e la moglie tenta di aiutarlo a ricostruire la propria storia. Gilles è ovviamente sgomento e disorientato, Lisa conseguentemente tesa e nervosa.
La perdita della memoria, e dunque di sé, sembra aver lasciato il marito in una situazione disperata, in cui il solo referente per il passato, e dunque anche per disegnare un presente reale ed un futuro possibile, è dato dalla moglie. L'atteggiamento di lei è amorevole ed accondiscendente, ma anche sempre più evidentemente sfuggente. Così Gilles (Simone Colombari) si trova a dover considerare che “E’ dura dover sempre credere agli altri per sapere chi si è”, e continua ad incalzare Lisa (Carola Silvestrelli) senza tregua nel tentativo di scavare a fondo nella loro storia in modo sempre più violento ed invadente.
Fra i due protagonisti si va scatenando dunque un vero e proprio duello, generato appunto da posizioni antitetiche e fortemente squilibrate. I dialoghi prendono ben presto la via dell’ambiguità, e l’iniziale tentativo di raccontarsi e comunicare fra loro diviene una sempre più aspra ed agguerrita schermaglia. Una lotta all'ultimo sangue che sembra non ammettere vincitori ma solo sconfitti, condotta attraverso un continuo scambio di ruoli, perché "quando la violenza si insinua in una coppia, non importa chi la esercita". Emergono così due personalità piuttosto complesse, ed un rapporto di coppia decisamente contorto.
Il legame fra i due si va delineando come una spasmodica tensione che da anni li tiene uniti a corrente alternata, scatenando una passionalità bivalente e pericolosamente intensa. I due interpreti conducono una recitazione ritmata e naturale che rende bene lo scorrere sostenuto dei dialoghi e che mantiene la narrazione sul filo del rasoio, anche se nella seconda parte del lavoro l'interpretazione femminile sale troppo spesso sopra le righe, in un crescendo che rasenta l'isterismo. Si rischia così di sbilanciare il ritmo altrimenti ottimo fra amore-odio-ironia che sostiene il gioco di seduzione alla cieca, prima, e la pressante contesa a colpi di recriminazioni, poi.
Altrimenti godibilissima nel complesso, l'opera di Schmitt suscita stimolanti riflessioni in chiunque abbia avuto una profonda esperienza di vita a due; considerazioni che scaturiscono dall'esercizio del potere sull'altro e dal trovarsi a subire in qualche modo la violenza di questo stesso atto. Un testo che attraverso l'intelligente uso dell'ironia sviscera gli aspetti inquietanti più o meno inevitabilmente insiti in un legame intimo e passionale.
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