Recensione:
Fra gli immancabili alti e bassi del destino, l’amore per il teatro trionfa grazie alla sua forza consolatrice, ma l’impressione è di traballare su una barca che sta naufragando. Quando la vita diventa impossibile ci si rifugia nel mondo del teatro, quando bisogna essere credibili recitando ci si appiglia alla vita reale, al bagaglio del vissuto. Il parallelo fra la vita dell’attore sul palcoscenico e fuori di esso, la metafora classica del rifugio nell’arte, è qui pienamente espressa. Il gruppo oltre a condividere il tempo delle prove, è costretto a convivere nello stesso spazio per tre settimane. E lo spazio della vita è lo stesso della scena, ed è inevitabile che i piani si confondano.
Il messaggio è chiaro e niente affatto nuovo: per amore del teatro si possono superare tutte le difficoltà, in una compagnia teatrale si cresce insieme, superando il proprio egocentrismo e riscoprendo l’importanza fondamentale della condivisione e del lavoro di squadra per raggiungere un obiettivo comune, che è mettere in scena uno spettacolo. Come nella vita, anche sulla scena, le difficoltà non mancano, ma con la forza di volontà, animata dalla passione, tutto si può superare.
L’idea, interessante da un punto di vista filosofico, non offre in questa messinscena considerazioni valide. Inoltre la messa in scena è molto debole e, fra balli, canti, risate sostenute e dialoghi inconsistenti, come gli interpreti sulla scena si chiedono cosa renda questa vita degna di essere vissuta, ci si domanda cosa spinga questo gruppo di attori a presentare al pubblico questo spettacolo. Le interpretazioni vacillano mentre le parti musicate hanno un miglior ritmo.
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