Recensione:
Come musicanti che eseguono una partitura in due movimenti, due attori intrattengono ognuno un assolo dell’anima, uniti e slegati nello stesso tempo.
Sospinti da un invisibile direttore dentro le profonde cadenze di un’armonia che danno a intendere di conoscere, o addirittura rinnegare.
Tra i due, qualcuno ossessionato dai ricordi e dalla paura di steccare, darà le spalle alla scena della vita, sempre afflitto dal gomito del violinista.
Strumenti essi stessi di un mondo che pare ruotare senz’asse, i due mostrano il non-luogo della loro essenza, quello dove tutto è precluso, ma ogni cosa è ancora possibile.
Con differenti sonorità ed accenti che si diffondono tra i loro pensieri, nei loro sguardi ed espressioni, rimandano continuamente ed irrimediabilmente a un “terzo”, a quel concetto che avrebbe per sempre diviso e demarcato il confine tra esclamazioni di voce e sterile eco, la linea bianca che scandisce i giorni vissuti tra sfavillanti riflessi e una spenta realtà.
La Spallata , liberamente ispirato ai Ricordi del sottosuolo di Dostoevskij , mette in scena il “fuori” e il “dentro”, codificando al maschile un teatrale duello, quello per l’appartenenza ad una causa o per la sua totale sconfessione, pieno di tensione emotiva.
Tensione che in tanto si compenetra della propria gravità in quanto, immergendosi in essa, viene respinta dal suo stesso peso, defluendo in leggera e gradita ironia.
In un esercizio di fantasia, suggerito dall’errante instabilità di uno dei protagonisti, e dalla ambigua esattezza dell’altro, abbiamo potuto immaginare di veder muoversi sul palco, nel dipanarsi del testo, due aneliti, due disinvolte fragilità, perfino femminili nel loro essere portatori perfetti di ansie e di passato, di superba vanità, e di piena dignità.
Di questi due caratteri abbiamo allora visto le pure nudità e conosciuto la pienezza dei loro tratti, ammirandone gli incastri apparenti quanto i dissidi reali.
L’inettitudine, tema della trama e fulcro della regia, corre dunque parallela alla nostra strada, simile a neutra violenza che cerca il contatto altrui come spalla cui chiedere definitivo conforto, o come spiaggia cui riparare il relitto alla deriva della colpa originale.
Oscillando sulla superficie di una piscina, o dietro le pendici di un’esistenza senza picchi, si alternano le fasi lunari dei personaggi che la regia di Francesca Macrì e Andrea Trapani (anche interprete) fa muovere con grande sensibilità ed apertura mentale, intelligenza e inventiva, all’interno di un archetipo di notte, dove indifferentemente vediamo soffiare propositi di rivalsa e correnti malinconiche, vivere i bassi istinti come gli impazienti sogni.
I bravi Andrea Trapani e Lorenzo Acquaviva dimostrano poi entrambi una efficacia comunicativa intensa e particolare, rispondendo alla necessità di trasmettersi vicendevolmente la dote intima ed emozionale del testo, a beneficio della resa complessiva dello spettacolo; scrivendone a quattro mani il messaggio.
Dove il gesso si mescola con la polvere della sconfitta. Una vita soffocata è il periodico risultato.
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