Recensione:
E’ un avvio lento quello dell’Orestea di Carriglio, la piazza degli argivi si popola gradualmente, in un silenzio che è già drammaturgia, rispettoso del calar del sole, e dei tempi rallentati che caratterizzano le popolazioni che guardano al mediterraneo al termine della giornata.
“Io, per chi sa parlo, per chi non sa ho dimenticato” cita il vecchio saggio nella Parodo (anch’essa caratterizzata da un dinamismo lento, bilanciato, privo di eccessi vocali) che anticipa il Primo Episodio, l’ingresso in scena di una Clitennestra (una disinvolta Ranzi) regina d’emozioni come poche ne ha vedute l’arena di Siracusa, e la semina dell’odio che per sempre condannerà la casa degli Atridi a dolori inenarrabili.
L’atto di ubris verso gli dei e la vita stessa è costantemente rinnovato in Eschilo e sapientemente ricordato da Carriglio, che da un’ efficace operazione di sintesi del testo, preserva ogni accenno alla sempiterna maledizione sulla casa di Argo.
La sete di guerra che genera l’assassinio della pura Ifigenia, pur di vendicare l’oltraggio del ratto della non più vergine Elena, dieci anni di morti sul campo, per un ritorno di Agamennone, l’uomo che più d’ogni altri obbedì alla sua vanità di Re per ergersi a interprete della volontà degli dei, e che, nel ritorno in patria è atteso dalla vendetta di una madre a cui è stata strappata una figlia, e di un figlio cui fu oltraggiato il padre.
“Guai a chi ha troppa fortuna, non può che tremare, sopra di lui è sospeso il fulmine di Dio”:
a tale dettame di Eschilo risponde la Regia di quest’Orestea.
Clitennestra mostra un conflitto interiore ormai superato, è potente, laddove il potere è farsi vanto di una colpa, è una leonessa già pronta a colpire, quella che circuisce la nuova schiava del Re, Cassandra (una splendidamente posseduta Ilaria Genatiempo), condannata da Apollo a prevedere fatti che non potranno non avverarsi e, al contempo, a non essere creduta, è una belva ferita che non si oppone al suo destino perché esso si compia in ogni sua sfumatura; il Capocoro (Santospago), saggia rappresentazione della reazione popolare che non si piega agli eventi benché li subisca, puntuale negli ingressi, discreto nella costanza onnipresente è il perfetto contraltare dignitoso a tanta altezzosità di Re.
Su un tappeto di fiati in cui spicca il violoncello a tinteggiare gli attimi drammaticamente liturgici della Tragedia, incede anche Egisto, (Luciano Roman che apre e chiude la Tragedia, come “guardiano della torre e come amante di Clitennestra) personaggio fuori dagli schemi dell’Agamennone e già proteso verso un dinamismo caratteriale prossimo al prosieguo dell’Orestea.
La Tragedia della giustizia contesa, del parossismo del delitto giustificato dall’inseguimento della stessa, degli egoismi umani che tessono trame tali da produrre crimini sempre oltre misura, si chiude, com’era cominciata, ad un cenno di Clitennestra, nel silenzio, rispettoso del tempo a venire, presago del castigo crescente, che non tarderà a manifestarsi.
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