Recensione:
Comodamente in poltrona affondo lo sguardo attento tra le pagine dense del mio Otello, tragedia capolavoro di Shakespeare; cerco il dilemma, l’onestà e il tradimento, la forza e l’inerzia, cerco amori e illusioni, cerco in fondo ciò che conosco da secoli, ma proprio in quel momento, una mosca che già sentivo ronzarmi attorno, si mette e svolazzare tra le righe, tra le parole, confutando i sentimenti di quest’opera dietro il suo ronzio, bisbigliando il grido di dolore del teatro classico nella voce frusciante di Gaetano Ventriglia, che sembra guardarsi quell’Otello inane e poter finalmente dire: Otello alzati e cammina.
Una atmosfera rarefatta, un non-luogo beckettiano si fa inospitale ospite dei tormenti di Otello, spogliato della sua classicità e che dunque riconquista l’umano, la fisicità al moderno, la cui tragedia non è di Desdemona ripudiata, moglie soggiogata dall’amore folle del suo uomo, il tragico si spende in un Otello abbandonato dall’amore – è lui il centro – più che mai coinvolto nel suo amore, proprio ora che lo perde assieme alla fiducia nella sua sposa.
Venezia e Cipro sono i luoghi: l’una il simbolo d’amore, di una completa dispersione, liquida, nel suo mondo soffice, l’altro invece il suo contrario, dove l’amore cozza contro i luoghi oscuri, la sua contraddizione, Cipro dove il mare fa schifo, Cipro senza consolazione di apparenza, Cipro che sconta sulla pelle di chi ne sarà vittima il suo tradimento.
Nel teatro di Gaetano Ventriglia c’è, non smetterò mai di dirlo, la poesia della verità, c’è quel che farebbe del teatro l’arte più schietta se non fosse – oggi – così artefatta: la liquidazione del classico nel moderno, ma senza dimenticarne valori ed errori: c’è il dolore di un testo vergato sulla propria pelle, di cui possiamo realmente dire si tratti di una “interpretazione”. Il suo lavoro è una indagine nell’anima di uomini divenuti personaggi leggendari, simbolo delle pieghe in ombra che alla stessa anima appartengono; ma non si esaurisce la sua forza nel contesto, penetrando fino all’inviolabile, al testo: svela Ventriglia ciò che ha fatto di Shakespeare poeta immortale: il gioco metaforico di parole al posto di altre, concetti oltre il primo luogo, pensieri trasmigrati da referente a nuovo significato, dalla sua sensibilità alla nostra.
Una mosca aggiunge ai versi shakespeariani il dolore tutto moderno dell’uomo che ne vive la verità, si porta una voce ronzante di una intensità inarginata, gioca con le maschere del teatro, con la sua forza posticcia, non si posa mai sulle pagine ma sorvola, entra ed esce dai personaggi, pone attenzione un istante e poi vola altrove, dall’onestà al tradimento, dal silenzio alla voce, dal buio alla luce, dall’inizio alla fine di una storia in cui sovrano è l’artificio della natura, inviolabile macchina di verità, che mai s’arresta.
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