Recensione:
La collaborazione artistica fra Eros Pagni ed il regista Marco Sciaccaluga è ormai consolidata da alcuni anni. Con la compagnia stabile del Teatro di Genova, il regista porta in scena questa tragedia di William Shakespeare con l’intento dichiarato di proporne una lettura vicina alla dimensione più arcaica. Infatti è ambientata nel mondo barbarico popolato da personaggi che agiscono seguendo istinti e passioni primordiali.
Scritto nei primi anni del Seicento e pubblicato una prima volta nel 1608 con il titolo La vera cronistoria della vita e della morte di re Lear e delle sue tre figlie e una seconda nel 1623 come La tragedia di re Lear, il capolavoro scespiriano racconta il paradosso dello stare al mondo, attraverso una storia basata sulla leggenda di Leir, un re della Britannia vissuto prima che questa diventasse parte dell’Impero romano.
La scelta di proporre oggi questa tragedia umana è sicuramente coraggiosa ed il messaggio che comunica altrettanto forte. Infatti in questo dramma emergono amare considerazioni sulla durezza della paradossale condizione umana, nei suoi risvolti più crudeli. Le vicende che scuotono i miseri esseri umani sono torture a cui sembra impossibile sottrarsi. Il mondo è una ruota che gira a cui siamo tutti legati. Con le nostre crudeltà e con le sviste causate dalla follia, l’ingratitudine, ma anche dalle buone intenzioni, non facciamo altro che peggiorare la nostra condizione.
Come misere creature sottostiamo alle tempeste ed agli strali che questa vita ci riserva. Incapaci di contrastare il volere degli dèi, del demonio, delle forze avverse, non ci resta che “svanire” nella follia, unica complice per attenuare il dolore, o rintanarci nella convinzione che siano le potenze divine ad agire al posto nostro.
“Tu, tuono scuotitore del mondo,
Spianala d'un colpo al suolo questa compatta sfera del globo,
Rompi gli stampi di natura;
Disperdi tutto e tutti insieme ai germi onde si genera,
Mostro d'ingratitudine, l'uomo"
La scelta dell’interprete del vecchio re Lear da sempre ricade su un attore di una certa età, che in questo caso coincide anche con la maturata esperienza attoriale di Eros Pagni che però spiazza lo spettatore con una recitazione tanto impostata ed altisonante da entrare in contrasto con la scelta registica di mettere in primo piano proprio quelle passioni primordiali capaci di sconvolgere l’animo umano. Solo nel finale, gradualmente posseduto dalla perdita della ragione, l’interprete recupera autenticità.
Spettacolare e molto bella la scenografia, splendidi i costumi e gradevole la scelta di introdurre musicisti in scena. Apprezzabili anche le interpretazioni dei giovani attori della compagnia del Teatro Stabile di Genova, ma nel complesso la messa in scena risulta troppo lunga ed emotivamente poco coinvolgente.
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