Recensione:
Come la fotografia ha il potere di fermare istanti del tempo in una dimensione atemporale, così, come in un’istantanea, l’amore intenso e travolgente fra i due, viene congelato nello spazio del ricordo. Per mantenerlo puro, per riviverlo come allora ogni volta nel rammentarlo.
Come la poesia ha il potere di esaltare la passione dei sentimenti purificandola ed innalzandola oltre il terreno ed il contingente, così, come nello scorrere lieve e insieme doloroso dei versi, questo canto tragico si racconta e si racconta ancora.
I ponti di Madison County sono ponti di legno, chiusi ai due lati e coperti da un tetto. Chi vi entra prima si perde nel buio ma poi scorge in lontananza una luce abbagliante, che turba ed inquieta. Da quella luce non si può fare a meno di essere attratti; l’altra estremità rappresenta le altre possibilità che quell’abbaglio di luce suggerisce.
La messa in scena invece, a dispetto di quanto la storia possa suggerire, è tutta in sottrazione. L’azione è negata per lasciare spazio alla parola ed al racconto. L’unico atto in scena è quello del rievocare, accentuato dalla presenza del narratore e dalla sequenza di racconti che ciascuno fa attraverso il ricordo narrato o scritto di una lettera.
Ma se ci si muove sottovoce, senza che i propri passi facciano rumore, su un pavimento soffice di un luogo non reale, il rischio è che anche le emozioni siano lontane, appena percepibili attraverso un’eco piena di pudore. Quello che viene sottratto allora è il bagliore della luce che trafigge, squarcia, incide inaspettatamente la vista ed i cuori, fino al profondo. Quello che rimane sono le tavole di legno di quei ponti chiusi, coperti, che impediscono la vista.
Ci si chiede perché scegliere di “raccontare” la passione in uno spazio – quello teatrale - che è principalmente dedicato all’azione. Inoltre la recitazione dei due protagonisti è eccessivamente pacata e contenuta, quando non affettata e poco credibile.
Insomma pare che la scelta di Francesca, di rinunciare a vivere profondamente l’amore disperato per Robert, in virtù di una scelta di consapevolezza, dettata dalla coraggiosa e disperata razionalità, rispecchi la scelta registica di Lorenzo Salveti, che è anche adattatore del testo – che non si lascia trascinare dal vortice della passionalità, né vi trascina il pubblico.
“Noi siamo le scelte che abbiamo fatto”
Il ricordo ed il racconto, praticati per anni, possono colmare il vuoto di ogni mancanza, specie quella della rinuncia, ma non riescono a riempire la mancanza di emozioni intense sul palcoscenico che ospita questa pièce.
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