Recensione:
Quattro attori, quattro sedie, quattro maschere. Il testo di Shakespeare privato di qualsiasi trasporto e passione, ripetuto e addirittura soffiato, resiste al taglio, alla privazione delle emozioni ed alla meccanicità della regia.
Massimiliano Civica mette in scena Il Mercante di Venezia con una promettentissima Elena Borgogni, unica nel saper resistere alla trasmissione della benché minima emozione, che sembra scesa da Marte con il suo costume rosso, senza alcuna intenzione di farsi prendere dalle umane tribolazioni. I suo compagni di palco si avviano sulla stessa strada ma chi prima chi dopo, cedono tutti alla recitazione, all’inflessione, oltre a risultare meno folgorati della collega sulla via di questa asettica interpretazione.
La ripetitività dei movimenti, la fissità delle luci, un solo brano musicale che si ripropone, aiutano a indirizzare tutta l’attenzione degli astanti verso il testo. Le tristi vicende di Shylock, di sua figlia, del suo nemico Antonio e della coppia Bassanio Porzia appassionano nonostante la freddezza degli interpreti, stimolano introspezioni, suggeriscono visioni speculari ad un pubblico che di tanto in tanto sembra mollare cerebralmente, auspicando magari tensione laddove riceve logica, sorprese piuttosto che garanzie di coerenza, coinvolgimento emotivo piuttosto che cerebrale pungolamento.
Senza nessun bisogno di effetti e di costruzioni scenografiche, Civica mette tutto in mano agli attori, privandoli però di qualsiasi libertà e possibilità di uscire dai suoi rigidi schemi. Da una parte onora un testo molto ben tradotto e tagliato, dall’altra priva lo stesso della sua capacità di penetrare le viscere, toglie all’autore la possibilità di raggiungere il cuore dell’astante senza passare dal suo cervello, di far vibrare quella carne che Shylock vorrebbe asportare per vendetta.
Le Smanie per la Villeggiatura di Goldoni, interpretato da quattro attori della compagnia Diablogues e Le Belle Bandiere, è un altro esempio di riduzione efficace di classico restituito in tutta la sua bellezza da attori chiamati a rendere tutto contando sulle loro sole forze. Gli attori si autodirigono, la regia non si vede, il risultato è splendido. Qui siamo su un binario parallelo, il punto di arrivo non è lo stesso, ma la centralità dell’attore è fortemente ribadita, ed in un periodo di crisi finanziaria, mancanza di fondi pubblici e spazi teatrali a rischio, è bene che i registi battano strade economicamente sostenibili.
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