Soltanto nella luce è la percezione dell’ombra. Se in quest’abbaglio d’illuminazione sappiamo guardare bene, superare la frizione delle ciglia, l’acredine forzata che colpisce gli occhi, è l’ombra che ci svela la potenza della luce, come vuole la coesistenza di opposti. Nella luce di questo spettacolo si svela un gioco di ombre cinesi: una mano grande ne sovrasta una più piccola, quando il giovane narratore si accorge delle ombre corre per afferrare quella mano grande, ma inevitabilmente, fallisce. In questa immagine è condensato uno spettacolo bellissimo tratto dalla Lettera al padre, scritta da Franz Kafka al padre Herrmann e da questi, appunto, mai ricevuta, giunta però fino a noi per mano, voce, passione di Gabriele Linari.
Tutto comincia da un corpo nudo, come quello di una larva, tale un giovane che vive lontano dal cono di luce, perché nel buio inizia lo spettacolo, una nudità casta e minuta, come dire insieme “guardami” e “non guardarmi”, io guardo il corpo di Linari guizzare da una parte all’altra del palco come fosse “lo scarafaggio” kafkiano e capisco che solo da un corpo nudo può iniziare una metamorfosi, condizione nota allo scrittore praghese, e che già in questa lettera appare fondamentale, perché mutare è cambiare, questo chiede il giovane a suo padre, il mutamento/crescita, l’evoluzione attraverso la propria giovinezza e la possibilità di giungere all’età adulta che egli già vive, sembra chiedere il giovane al padre: come si fa a diventare grandi? E come posso io se già ci sei tu?
La scena è povera, essenziale, qualcosa sembra fuori posto, mal sistemato, oppure sembra oggetto obsoleto, invece poi con il passare del tempo ogni cosa mi accorgo essere al posto giusto, funzionale all’azione che assieme all’attore deve svolgere, perché questa è la questione: l’oggetto ha senso quando accresce o toglie all’azione, quando cioè ha valore semantico di per sé, quando interviene sulla pièce. La musica di Jontom è un sottile contrappunto, stupisce il gioco complementare che lega un linguaggio così letterario e lontano nel tempo a questa musica invece moderna, evocativa, densa di atmosfera. Il ritmo, infine, discretamente battente, come anche efficace la sequenza emozionale. Soltanto un appunto: il finale non rende giustizia alla grande intensità raggiunta.
C’è nel testo una sottile morbosità, una complicità più alta tra l’attore/regista e lo scrittore evocato, segno di una passione che ha debordato i confini di un tema e di un personaggio, divenendo lui stesso quel giovane dal cui disturbo vuole emergere. Una immagine, particolarmente colpisce: l’inizio del racconto si lega al lavaggio del corpo, l’acqua che scende come finalmente quelle parole prima taciute come fossero, entrambe, purificazione. Verso la fine, poco prima, l’attore scende in platea, l’intensità cresce ancora, è qui che tutto rischiara, quando il buio torna ad avvolgere questo racconto, l’ombra torna ad invidiare la luce.