Recensione:
Sembra che si voglia porre un problema reale e parlarne insieme al pubblico, dimostrando che una soluzione, affidata alla buona volontà ed alla capacità di sorridere, per ricomporre solitudini consolidate, è sempre possibile.
La figlia, piombata all’improvviso e senza invito, si insinua nella vita di Michael Hut con la naturalezza e l’entusiasmo di una ragazzina che con la sua contagiosa vitalità pian piano riesce ad affascinare e trascinare il padre. Infatti in qualche settimana lui supera l’indolenza e l’apatia che gli impedivano di esprimersi creativamente nella scrittura.
Il giardino di aranci simboleggia l’inconscia volontà di tenere in vita, e quindi nutrire, quei figli abbandonati tanti anni prima; va anche detto però che, proprio come quegli alberi rimasti in ombra sulla scena, senza risaltare tra le pareti domestiche in cui il padre si rinchiude, così la tematica viene affrontata in maniera leggera e superficiale, senza scandagliare a fondo le inquietudini e le ansie che inevitabilmente sussistono in rapporti lacerati ed abbandonati per tanti anni.
Il testo del commediografo statunitense, autore di maggior successo negli anni Sessanta e Settanta, è gradevole ma un po’ scontato. L’interpretazione di Gianfranco D’Angelo e di Ivana Monti è piacevole come ci si aspettava dalla loro esperienza, ma la regia non offre particolari interventi innovativi. Un po’ piatta la performance di Simona D’Angelo e non particolarmente brillante, come ci aveva abituato, quella di Mario Scaletta, nonostante i chiassosi costumi.
Una riflessione sulla scelta di proporre un testo ed uno spettacolo così ben confezionati pur senza riuscire a dare emozioni significative agli spettatori, però, non può mancare. Infatti il tema della “paternità assente” è attuale quanto qualsiasi altro argomento che metta in luce la disgregazione dei nuclei familiari moderni, ma la leggerezza con cui viene trattato e la facilità con cui si va incontro ad un lieto fine così scontato, lasciano quell’insoddisfazione di fondo mista a languore che sembra recentemente dominare la maggior parte delle scene teatrali romane.
Siamo così sicuri che il pubblico italiano non abbia più voglia di essere scosso? Di provare l’aristotelica catarsi capace di rinnovarne l’anima dopo la fruizione teatrale? Siamo davvero certi che non ci sia più bisogno del coraggio di proporre testi sconcertanti che descrivano in maniera più forte il vuoto delle coscienze così diffuso nel nostro presente?
A giudicare dal successo di platea sembrerebbe che le signore dai capelli laccati e dalle ingombranti pellicce a confondere le rughe non chiedano altro che una commedia a tinte rosa, con cui distrarsi in una grigia serata, e di cui raccontare, senza l’interesse di approfondire, al primo tè in compagnia.
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