Recensione:
C’è sempre una strana seduzione che lega la scena alla platea, gli attori agli spettatori, come un filo che segue gli iridi degli occhi, un contatto affilato che va oltre la sensazione: si tratta della complicità all’azione scenica, ad un testo magari, di quelli che rimettono in gioco tutto e tutti, che legano colpevoli e indaganti nella stessa colpevolezza, ecco allora che il pubblico si coinvolge al punto da non riuscire più a capire dove sia, una verità, e se una macchina, che a questa è costruita, sappia davvero distinguere il vero dal falso. Questo concetto sfila sotto questo Voice Stress Analysis, liberamente tratto da Deceiver dei fratelli Pate e portato in scena da Carlo Benso.
L’interno fumoso di una stanza di commissariato, le scrivanie da ufficio di quel colore indefinito tra l’avana e grigio, elettrodi, grafici ed un suono, metodico, assordante, unica discrimine tra il vero e la bugia. Due poliziotti, un indagato di omicidio: questo il corpo che mi trovo di fronte, l’impianto di una scena che promette una struttura cinematografica; penso allora al rischio dietro l’angolo di biascicare dietro il doppiaggio “all’italiana”, i troppi “fuck” che affollano questi testi, ed invece scopro con piacere che, per tutto lo spettacolo, i tre attori tengono brillantemente a bada il cliché, confinandolo ai limiti dell’azione scenica, non finendo mai sopra tono e senza quindi il rischio di strafare per troppa spettacolarizzazione.
La regia incide molto poco con l’impianto luci o la musica che talvolta sottolinea i cambi scena, qualche sottile richiamo rimanda al Glengarry Glenn Ross di David Mamet, senza il critico risvolto al sistema finanziario, ma con una suspense piuttosto serrata, difficile da tenere in pugno per tutti gli ottanta minuti di spettacolo; grande merito del regista è invece la scelta degli attori davvero bravi e funzionali al personaggio: Alessandro Procoli mi sorprende ancora tenendo un segreto celato dietro quei suoi occhi intensi per tutto il tempo, di grande impatto la sua energia e la sua precisione; Giulio Stasi, più volte apprezzato anche alla regia, ricava dal suo repertorio un personaggio inchiodato alla vita, sottomesso ai suoi errori, non però calligrafico, soltanto verso il finale sparisce fisiologicamente e non riesce a sottrarsi ad una espressione innaturale, ma purtroppo è in un momento in cui è difficile, per lui, restare sulla scena e recitare senza incidere, essere lì, e non farlo notare; la vera sorpresa è però Mario Sgueglia, attore giovane “faccia d’angelo” che come tale si carica del ruolo di primo indiziato per un omicidio: Sgueglia non cade mai nella tentazione di un abuso del personaggio e se la cava egregiamente in questo ruolo difficile, pieno di accenti ed insieme schiacciato da uno solo, la tensione disagevole in cui si trova ed essere, sotto quella macchina che vuole decidere la sua sincerità.
Uno spettacolo teso e che conquista, piacerà sicuramente ad un pubblico variegato perché ha un ventaglio esteso di toni e la situazione si evolve ad un ritmo godibile; qualche imperfezione sul finale che avrei sperato più netto, e che invece ha mostrato sbavature in zone fin lì impeccabili. Onore pertanto a Carlo Benso che continua a proporre spettacoli per il pubblico e verso il pubblico, ma senza scendere mai di qualità.
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