Recensione:
Resta il dubbio se Don Giovanni che torna dalla guerra sia un idealista deluso o un nichilista convinto.
Attenendoci ai fatti, il Don Giovanni di Von Horvath sfoglia il suo catalogo alla ricerca impossibile della donna perfetta, quella che abbia gli occhi dell'una, la bocca dell'altra, e i mille particolari delle mille altre donne che ha conquistato, o che forse hanno conquistato lui. Un idealista deluso, insomma.
Ma Don Giovanni è anche un uomo che disprezza tutto e tutte, un cinico, uno speculatore, uno che considera esseri umani solo le donne che gli piacciono. Un nichilista convinto, allora.
Carlo Cerciello, regista di questa ennesima rielaborazione del mito, sceglie una messinscena che strizza l'occhio al teatro espressionista della Germania di Weimar, con cartelli luminosi che scendono dall'alto, elementi di scenografia mobili, suggestioni oniriche, musiche sincopate.
Il risultato è uno spettacolo non particolarmente brillante, un po' troppo concettuale, che si illumina a sprazzi nella suggestione di alcuni momenti particolarmente riusciti, come nel caso di un'enorme rete che cala su quattro donne amate e abbandonate, prede e predatrici, vittime e colpevoli allo stesso tempo.
Davvero poco adatta mi è sembrata invece la scelta di riempire la scena di continui rimandi ai simboli nazisti, con le svastiche infilate ovunque. E' una scelta che, collocando il mito di Don Giovanni in una dimensione storica e spirituale ben precisa, finisce col banalizzarlo. Cerciello sposta l'ambientazione del dramma di Von Horvath dall'immediato dopoguerra agli anni trenta, uno spostamento di pochi anni ma molto significativo e poco condivisibile. Un po' troppo scontato, oggi, collegare crisi dei valori e ascesa del nazismo, con una spruzzata psicanalitica di “potere del fallo” e “pulsione di morte”, quando al contrario il Nazismo fu, per certi aspetti, proprio un'alternativa ideale all'assenza di ideali.
Remo Girone si limita a svolgere il suo compito con buon mestiere, ma senza riuscire ad allontanarsi dall'interpretazione di un Don Giovanni che esibisce il suo smarrimento come un biglietto del treno verso la morte. Molto brave, invece, le nove attrici, interpreti di trentacinque donne, voci diverse di un unico coro che accompagna il protagonista verso il suo destino. Affascinanti anche le musiche di Paolo Coletta, brani dall'andamento spezzato, singhiozzante, antimelodico.
Molto bella, però, l'idea di trasformare a poco a poco Don Giovanni nel suo archetipo, fino a fargli indossare il suo abito settecentesco. E quando, nel finale di gelida solitudine, Don Giovanni aspetta immobile sulla tomba dell'amata di diventare lui stesso un convitato di ghiaccio, ecco, adesso si, lo spettacolo si ricongiunge al mito.
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