Recensione:
Il bello è che cent'anni dopo le parti si sono invertite: il testo che doveva farci ridere ci rattrista, e il dramma ci spinge al sorriso, così come è comico Gabriele D'Annunzio nei suoi atteggiamenti da superuomo all'amatriciana, ed è tragico Eduardo Scarpetta nel suo malinconico abbandono delle scene. Ed è comica e triste allo stesso tempo l'Italia di cent'anni fa, quando qualche posa da grand'uomo bastava a creare il divo e qualche battutina simpatica riempiva i teatri. In fondo, l'Italia di oggi non è cambiata poi tanto. Di certo è cambiata la norma sul diritto d'autore, così complessa oggi, così incerta all'epoca.
Molto interessante perciò l'idea di portare in scena quello che per molti aspetti fu un processo fondamentale per l'evoluzione della giurisprudenza e della stessa società italiana.
La materia offre lo spunto a Francesco Saponaro per costruire, almeno per buona parte dello spettacolo, un originale gioco che mescola linguaggi e generi diversi in una continua parodia, alludendo con ciò stesso all'argomento di cui tratta. Le scene recitate dal vivo si alternano ogni tanto con alcuni brevi filmati realizzati nello stile del primo cinema muto dell'Italia di inizio secolo, con una gustosissima e fantasiosa ricostruzione dell'incontro tra Scarpetta e D'Annunzio a Marina di Pisa, tra marmi e stucchi, donne seminude in abiti romani e banchetti erotico-mangerecci, e uno spiritoso e spiritato Peppe Servillo che interpreta il poeta-vate nelle sue pose più grottesche.
Lo spettacolo è divertente e vivace per tutta la prima parte, dominata dalla frizzante invenzione di Eduardo Scarpetta (un bravissimo Gianfelice Imparato) che, come in una sua farsa, sta per andare in scena con “Il figlio di Jorio” mentre tutta la compagnia è in crisi perché le casse con le scene e i costumi si sono perse per strada.
Quando però l'azione passa a rappresentare le fasi del processo, a poco a poco lo spettacolo si spegne, lasciandosi ingabbiare dall'ansia di documentare e dimostrare una tesi abbastanza scontata, ma non così certa: la vitale popolarità del teatro napoletano di Scarpetta opposta alla statica letterarietà del teatro di D'Annunzio. E di opposizioni ce ne sono anche altre, troppe: il mestiere contro l'arte, la pratica contro la teoria, il cinema contro il teatro, la satira contro il potere. Quest'ultima, poi, sembra andare davvero troppo oltre le intenzioni del Cavaliere e Commendatore Eduardo Scarpetta.
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