Recensione:
La scelta stilistica di mettere in scena due monologhi parallelamente ben rappresenta la crisi di comunicazione che vivono i due protagonisti all'interno della coppia. Entrambi sono soli perchè hanno perso l'ascolto, l'interesse e l'attenzione dell'altro e così entrambi monologano mentre parlano con personaggi che forse esistono ma certo non sono presenti nel quotidiano, nel momento in cui li cercano, li aspettano o comunque hanno bisogno di loro.
Entrambi esprimono lo stesso vuoto, la stessa ricerca di fuga, lo stesso bisogno di evasione dalla soffocante e squallida realtà di ogni giorno, svuotata di senso e di sentimento.
Ed è proprio nell'esasperazione dello squallore che entrambi trovano sfogo e riparo per i loro mali, per il loro dolore, per le loro amarezze e meschinità.
In questo testo ritroviamo situazioni reali descritte con distacco e senza alcun pathos. Infatti, pur trasmettendo quel senso di inquietudine e di vuoto in cui ciascuno può riconoscere se stesso e la realtà in cui siamo immersi, l'autore ha tralasciato di andare a fondo e di scavare nelle pieghe dell'animo umano. Manca l'emozione, manca la passione e manca addirittura la condivisione della profondità di uno stato d'animo.
Sarebbe stato più coinvolgente se avesse guardato dentro quei solchi graffiati sul ghiaccio dai tacchi altissimi di ogni donna che sanguina. Sarebbe stato più vero e sincero se fosse andato oltre il freddo esercizio stilistico.
Anche la regia è carente e, sulla falsariga del testo, ripropone una lettura sterile della ricerca di avventura e di passione che ha molto poco di spasmodico e di irrazionale e tanto meno evoca attanaglianti sensi di colpa.
L'umore di fondo è cupo e squallido ma troppo tenue è la luce di quegli ultimi angeli che vanno spegnendo le emozioni del pubblico.
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