Recensione:
Non sono solo i passi in ballottè e in seconda arabesque, volteggiati con una grazia che non fa che esaltare le coreografie classiche di Coralli e Petipa, a conquistare il pubblico del Russian State Ballet, non è l’uso delle scene, incantevolmente ubriache di colori contadini nel primo atto, algidamente notturne e glaciali nel bosco dominato dalle Villi, meravigliose fate danzanti morte in attesa del matrimonio, e, per questo perennemente condannate ad amare nella mitologia Alemanna, nel secondo.
Questa Giselle è dotata di un’armonia che supera l’handicap dell’assenza dell’orchestra in scena, e brilla di un luce che risiede tra le arcate sopraccigliari della protagonista Ablitsova, i cui occhi, le cui labbra, irradiano di un sorriso sconfinato l’intera rappresentazione coreografica, imprimendosi nella retina di chi osserva cosicchè, anche in sua assenza, e tra le trame eleganti tessute dal corpo di ballo, i rimandi di quella tenerezza ne rimangano sospesi.
Giselle è la storia d’amore più struggente mai coreografata, la favola della contadina che amava danzare, corteggiata dal principe in panni da popolano e da lui conquistata, finchè l’arrivo di uno spasimante geloso non ne smaschera le origini nobili e la sua promessa di matrimonio ad un’aristocratica, condannando la fanciulla alla pazzia e infine alla morte.
Commovente ed espressivo lo slancio lirico con cui la protagonista sfugge, volitivamente, alla ragione, rifiutandosi di percepirsi ingannata e preferendo un futuro di morte tra le ninfe dei boschi ad una vita di rimpianti e sofferenze amorose.
Le diagonali del palco sono preda della leggerezza di Giselle, il suo corpo di donna, che accompagna un volto di bambina, è sospeso sull’omero di Albrecht neanche fosse di tulle, le assi del boccascena si flettono sotto le punte quasi timorose di crearle un’insidia.
Non appare alcuna difficoltà interpretativa, laddove Giselle rappresenta, in repertorio, un classico dei fondamentali espressivi da curare nei dettagli se non si vuol sfigurare.
Giselle si innamora dell’abito della rivale (non ancora rivelatasi tale) e le bacia la mano con goffaggine villica e, al contempo, tenerezza infinita, ipnotizza il teatro sulle punte per dodici lunghissimi secondi, esplode di rabbia contro Albrecht in un ultimo barlume di raziocinio in cui, all’intelletto, si affaccia, assassino, il tradimento.
Assoluto predominio femminile con l’apparizione della coprotagonista Myrtha, regina delle Villi e austera guardiana del bosco di notte, dove Albrecht si smarrisce alla ricerca di Giselle fino a rischiare la morte, se la sua amata non accorresse in soccorso a sostenerlo fino all’alba.
Nell’atteso e lentissimo valzer a metà del secondo atto, i due volteggiano finalmente insieme, e sarà un’ultima sinergia di corpi, un ultimo incontro della non morte con la non più vita, pochi momenti di respiro emotivo, trascorso il quale, ormai dispersasi la bruma della notte, il Principe Albrecht si ritroverà solo, mantello caduto alla mano, a lasciarsi alle spalle la pietra tombale di Giselle.
Mentre un sipario che non riesce a chiudersi, per l’insistere ripetuto degli applausi, accoglie tra le pieghe ancora un suo sorriso, contagioso, commovente, prima dell’ultimo inchino.
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