Recensione:
.. voi siete quello che siete per accidente di nascita; mentre io sono quello che sono per opera mia. Principi ce ne sono tanti, ma c'è un Beethoven solo!; con queste parole il primo Autore a cavallo tra romanticismo e classicismo si rivolgeva al Principe Lichnowsky, con la sua musica, in questo caso l’Ouverture in do minore, op 62 Coriolano, ha inizio la performance della Filarmonica Marchigiana diretta dal Maestro olandese Soudant, di tempra romantica e cipiglio energico a dispetto della decennale esperienza come direttore d’orchestra del classicissimo Salzburg Mozarteum.
Un’ouverture innervata di saliscendi armonici d’archi sul tappeto musicato da secondi violini e viole, cui solo al flauto è consentito, per brevi momenti, un dialogo da protagonista che possa permettersi d’insinuarsi sul tema.
Soudant, passo di guardia quasi marziale, tiene in sospeso la ripresa del tema un istante, prima di liberare tutta la ferocia del crescendo energico del finale che anticipa l’adagio e il pizzicato conclusivo.
La formazione orchestrale si allarga per lasciar posto, in proscenio, a Tiziana Tramonti, soprano, già protagonista sulle più importanti scene operistiche italiane, impegnata nelle arie da concerto di Mozart Vado, ma dove? Oh Dei!, k.583, Bella mia fiamma, addio-Resta oh cara, k.528 (opportunamente composto dal genio della musica per Josepha Duschek, a patto che lei fosse in grado di leggerne la musica a prima vista senza commettere errori), e Chi sa, chi sa, qual sia, k. 582.
Sale in cattedra il virtuosismo vocale, già di per sé intrinseco nel genere musicale, ove voce e orchestra dovevano supplire a qualsiasi orpello scenografico e attoriale, garantendo al contempo la realizzabilità di uno spettacolo appagante, estremizzato da Mozart che, cimentandosi com’era consueto fare, in ogni forma espressiva con arroganza da vincente, dissemina la k.528 di salti cromatici repentini che conducono (egregiamente peraltro) la Tramonti dall’acuto al grave con agilità serpentina.
Chiude la serata la splendida London, sinfonia 104 in re maggiore di Haydn, questa sì vero caposaldo del classicismo musicale, massima estensione del genere Sonata, dal quale, insolitamente, mutua in questo caso anche il Minuetto, e i Filarmonici Marchigiani introducono il pubblico tra i battenti rintocchi del Big Ben grazie alla timbrica incisiva dell’adagio iniziale, conducendoli poi per quasi mezzora di alterazioni dinamiche (egregiamente evidenziate ancora una volta dalla mimica di Soudant) in una piacevole passeggiata tra i percorsi narrativi della partitura.
Fraseggio armonico degli archi, soliloquio breve dei flauti a riprendere il tema, controcanto delle viole a sottolineare il minuetto, decano di un movimento esplosivo e rotativo (dall’etimologia di “walzer”) divenuta poi l’antonomasia della danza Viennese; il tutto per giungere al finale allegro spiritoso in cui la Sinfonica riprende pieno possesso dello spazio musicale, riscaldando, per pochi momenti ancora, il Teatro, e il suo pubblico, dal gelo dell’inverno.
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