Recensione:
L’imprinting d’originalità che connota questa Carmen è evidente. Il regista trentenne Bonajuto opera una rivoluzione scenica notevole posizionando il set al centro della platea, e l’orchestra diametralmente opposta al palcoscenico (funzionale a questo punto a collocare uno schermo sul quale vengono proiettate immagini a supporto della visione), cosicchè, con il coro ad occupare le ali dell’impianto scenografico, assiepato contiguo al pubblico, la maggior parte degli spettatori sui palchi si trovi esattamente al centro tra il canto e la musica.
Lo stravolgimento stereofonico non è tuttavia l’unico elemento originale dell’architettura registica, che ambienta la scena nel cuore della guerra civile spagnola risoltasi con la dittatura Franchista, estremizzando così il tema drammaturgico verso una dicotomia priva di compromessi tra il rigore (Don Josè, i militari, l’ordine costituito) e la sregolatezza (Carmen, il brigantaggio rivoluzionario, la libertà espressiva).
Se da una parte la scelta aumenta lo spessore sociale del libretto, tenuto conto della contemporaneità storica in cui viene rappresentato (splendido il richiamo all’opera di Garcia Lorca), dall’altra, induce a una tentazione non adeguatamente controllata che spoglia la bella sivigliana (una Malavasi peraltro vocalmente inappuntabile) del suo fascino d’irraggiungibilità, connotandola a tratti di una spregiudicatezza che nulla ha a che fare con la sensualità della sigaraia che tutti desiderano, ma nessuno davvero possiede, accostandola per lo più (troppi la toccano, la baciano, la ottengono) a un’area semantica solitamente occupata da una seduzione mordi e fuggi, più aderente alle logiche da calendario sexy a buon mercato.
Al punto che l’innamoramento incontrollabile di Josè (un passionale Fulvio Oberto) risulta quasi fuori luogo, nel misterioso algoritmo che gestisce le alchimie del desiderio maschile.
Al punto che lo scialle caduto dalla spalla di Micaela (dolcissima e limpida Alessandra Capici) in chiusura di terzo atto, risulta emotivamente più attraente e desiderabile.
Efficaci e convincenti gli interventi coreografici, di non semplice realizzazione considerata la visuale del pubblico a tutto tondo rispetto al dinamismo scenico delle sigaraie, così come l’impianto visivo complessivo, esaltato dal disegno luci pertinente di Emiliano Pascucci.
Brillante l’orchestra sinfonica del Rossini, agilmente diretta da Crescenzi tra le trame di una partitura che, grazie a Bizet, elevò per sempre il contesto dell’opera comique all’olimpo della musica immortale.
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