Recensione:
Un viaggio tra le pieghe dell’anima, laddove le scalfiture sono profonde, giù fino agli abissi e poi su fino all’inconsistente leggerezza del pensiero.
Il corpo del danzatore nudo si veste per narrare e lo fa svestendosi da ogni protezione. Come in un viaggio, pieno di stupore e meraviglia, si fa uomo, donna, bambino, anziano, soldato, sposa. I vestiti danno indicazioni per raccontare personaggi che sono solo luci attraverso cui guardare dentro al fondo dell’anima. E’ lì che lo spettacolo si svolge. E’ lì che lo spettatore è trascinato anche suo malgrado. E’ lì che l’emozione vibra, fa male, scalfisce, si arrotola su se stessa, si allenta, si addolcisce, si dipana e si riavvolge ancora. E’ lì che riesci a scorgere l’anima, tra le sue pieghe segnate dagli anni, dalle esperienze di vita, dagli incontri lungo il cammino. E’ lì che senti vibrare le corde del mondo in un corpo solo, che segue le pure istintive primordiali pulsioni interiori e riesce ad esprimere tutta la vastità delle emozioni umane.
Alberto Cacopardo vibra e si accende da qualche parte recondita che non si riesce a vedere con gli occhi, che non è facile, se non addirittura inappropriato, descrivere con le parole, ma che si percepisce e si sente pulsare dentro lo scorrere del sangue di chi lo guarda, nei pori della pelle di chi respira le particelle invisibili smosse dalla sua danza.
E’ una danza tormentata e dolorosa. E’ anche una danza capace di un respiro ampio. E’ danza che racconta scorrendo sui tempi ed i modi di un narrare insolito, fortemente emozionante, sicuramente indimenticabile.
Quando lo spettacolo finisce ti chiedi se quel varco, o quello squarcio, che ti sembra ti si sia aperto dentro, si rimarginerà mai. E mentre ascolti il silenzio carico di vibrazioni che ancora ti scuotono dentro, in un dove che non conoscevi, speri che le emozioni che ti hanno accompagnato abitino ancora dentro di te, e che attraverso quello spiraglio ti riesca ancora di guardare il mondo come da dentro le pieghe dell’anima.
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