Recensione:
Dalla tirannia di un involucro poco invitante allo sguardo, la maestosa eleganza di una farfalla sa nascere regalando all’aria la seta delle sue preziose ali, la bellezza di un volo nato dove nessuno avrebbe scommesso, un volo incerto sia per la sua genesi – dalle ceneri di una larva – sia dalle promesse di una esistenza che è precaria, quella delle farfalle, ormai per antonomasia. Ma quel solo giorno di vita, sia pur breve, ha la densità di una nostra vita. Questo sentimento lungo tutto l’arco di Motyl Papillon e il circo della morte, lavoro a moltissime mani seguito da Giordano Amato per le Residenze Multidisciplinari Storie di altr mondi, tutor di un gruppo di giovani artisti provenienti da diversi ambienti ed esperienze, nell’ambito laboratoriale promosso dall’ETI e che prende il nome di Teatri del tempo presente.
Sulle teste dei giovani attori pende per tutto lo spettacolo l’insegna macabra e malaugurante di “circo della morte”, pende sulle loro vite di un palcoscenico precario, pende sulla morte distesa a centro scena, futuribile limite che sta pian piano consegnando a questa sopravvivenza i segnali di una imminente fine. Sulla loro testa una insicurezza, dunque, che ben caratterizza il progetto, cui riconosco la bontà di aver tolto terra sotto i piedi di giovani artisti, perché finalmente si esprimessero con la propria viscerale necessità. Questa visceralità è assai visibile in un testo curato da Carola Benedetto, ma che si avvale del contributo di ognuno: nei loro monologhi e nelle scelte della regia collettiva c’è personalità e convinzione nei propri mezzi, grande inoltre è l’apertura agli altri mondi di ognuno degli artisti, elemento che in scena si caratterizza con un furore forse eccessivo ma pienamente comprensibile.
C’è nel testo grande intensità, elemento che dona agli attori gli strumenti per mostrare il proprio talento; colpisce l’uso della musica che, oltre a svolgere funzione narrativa (e non mera decorazione), li costringe al movimento e all’amplificazione della loro azione scenica; forte l’influenza dell’animazione orrorifica, nonché in alcuni frammenti il ricordo della densità elegante del Teatro delle Ariette.
C’è però qualcosa che non mi convince: quella farfalla, vive un solo giorno, come tale questo spettacolo in scena per una sola ora, la sua breve vita dipende dai giovani artisti che però tendono ad affrettarsi, come voler fare tutto, troppo, e bloccare le emozioni sul nascere, non concedendo loro il tempo per maturare; inoltre non tutto, del testo e della regia, pare giustificato, molte direzioni sbagliate in strade chiuse, che loro sono tuttavia bravi ad aggirare e tornare su una strada nota. Alcuni di questi problemi sono credo legati a una regia collettiva e un po’ affrettata che non lega bene le scene e illanguidisce il senso, moltiplica le direzioni semantiche e si rischia di non capire o distrarsi: coltivo la convinzione che il regista debba dettar legge e restare uomo solo al comando, per garantire a certe potenzialità narrative di non rimanere inesplose.
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