Recensione:
Meglio sarebbe stato se la nave di Argo non avesse mai navigato verso la Colchide
La nutrice di Corinto dà l’avvio al dramma Euripideo, intervenendo sulla Skenè in rapida successione rispetto al demone tragico, vero protagonista di quest’abile Regia che all’impianto classico dell’unità di tempo, di spazio e di luogo, aggiunge sobriamente il contributo dell’effetto speciale, scenico e sonoro.
Una struttura ellittica, slanciata per trenta metri in verticale, concava verso il palco, riflette i raggi del tramonto e il movimento di scena così da generare un ambiente onirico deviato, parallelo al mondo reale, ove le emozioni di Medea possano esprimersi fuori dal controllo del super io cosciente, schiave della dominazione vendicativa e istintuale dell’atto di Ubris verso il Fato; che nella visione euripidea non è più (o non è solo) gesto di oltraggio contro gli Dei, ma atto di ribellione verso le gesta compiute dagli uomini, che alterando il naturale svolgersi del destino, danno inizio ad eventi la cui portata smisurata genera efferatezze ormai non più controllabili dalla natura umana.
Medea è la sovrana dell’orgoglio vendicativo: femmina audace che non esita a tradire la propria patria e il proprio sangue per amore di Giasone, sua compagna di vita alla conquista del Vello d’oro, barbara ospite in terra di Grecia che sposa come sua nuova casa finchè non subisce l’oltraggioso tradimento del marito.
“….ma quando viene insozzato il proprio letto nuziale, non c’è un cuore più sanguinario del suo..”
Elisabetta Pozzi, straordinaria, coinvolgente, affascinante protagonista di questa Medea, incede nello spazio scenico guadagnandone gradualmente la totale attenzione del pubblico, cresce in spessore lirico ad ogni verso, pulsa di energia vitale ad ogni atto dinamico. Il suo sguardo chino ai piedi del Re Creonte è un sottofondo di subdolo percettibile, la sua promessa di morte al coro delle donne di Corinto è una minaccia di crudeltà realizzabile.
“….noi donne siamo grandi creatrici di ogni sorta di male…..”
L’alone mefistofelico che adombra il perimetro espressivo di Medea (proprio fisicamente, considerate le repentine sortite del demone nero, Lukianenko) guadagna spazio emotivo ad ogni minuto che passa, tanto da costringere Giasone (un intelligentissimo Maurizio Donadoni, già in conflittuale relazione con la Pozzi, come Apollo, nelle Eumenidi andate in scena nel 2008) ad un ingresso nella storia dal verso serrato, in cui la maga sia colpita da raffiche verbali e fisiche senza interruzione, così da non permetterle di esprimersi, di riprendere il controllo.
“….donne, padrone d’ogni fortuna e ricchezza finchè proteggete il talamo familiare; ma basta che un’altra si infili nel vostro letto nuziale, e tutto, tutto ciò che è buono diviene tragico, infestato…”
Il tentativo di costringere Medea al silenzio è apparentemente efficace, ma vano. Medea tace, ma è un silenzio che carica l’odio, condannando Giasone e la sua discendenza alla rovina.
“….Oh Zeus, ci hai dato le prove inconfutabili per riconoscere la falsità dell’oro, ma non ci hai concesso un segno per marchiare indelebilmente a fuoco un infame.”
Per Giasone il tempo della felicità è ormai inevitabilmente perduto; nelle sue ultime parole di sfida a Medea si cela l’illusione della vittoria maschile, e il suo più grande inganno. La vendetta è feroce, passa per le abili e stuzzicanti scuse di Medea, per le moine della maga che si appresta al più atroce dei delitti: la cancellazione della propria discendenza affinchè l’altrui discendenza scompaia; e molto di più, l’imposizione del rimpianto e del dolore eterno nell’animo del nemico, per lavare l’affronto della sua derisione.
Una saggia direzione di Coro imprime alle astanti un movimento scenico che accompagni, senza turbare, lo spazio dinamico della protagonista, tanto immensa è la sua presenza scenica, che l’altrui tentativo di bilanciarne il protagonismo risulterebbe un patetico squilibrio drammatico. Tutto, in questo Cast, accompagna Medea, tutto le ruota intorno, canto e musica incluse, che sembrano sgorgare, perennemente dall’incipiente lamento della maga.
“…Maledetto il mio Orgoglio!...”
….ma benvoluto per sempre agli Dei il nome di chi abbia saputo renderne merito al pubblico sugli spalti, che grato al Cielo di un temporale passeggero che non impedisce la messa in scena, esplode in un lungo interminabile applauso.
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