È nato come un saggio di diploma, è diventato uno spettacolo delizioso. Parliamo del Sogno di una notte d'estate di Carlo Cecchi: pensato e realizzato come saggio finale del 2009 dell'Accademia Silvio D'Amico, il lavoro di Cecchi è stato poi ripreso dal Festival dei due mondi e dal Teatro Stabile delle Marche, così che gli ex colleghi di corso si sono ritrovati in una vera e propria compagnia alle prese con la prima tournée. Tra i testi più conosciuti del corpus shakespeariano, il Sogno celebra, nella rapsodia dei suoi intrecci, nei suoi personaggi a metà tra la fantasia celtica ed ellenistica, nei suoi rubicondi giochi linguistici, il genio assoluto di un autore che fu capace di eludere la sorveglianza di ogni canone e contingenza storica. Gli sberleffi metateatrali della compagnia di artigiani si accostano a una colorata serie di parodie, tra cui spiccano quelle femminili (per una volta, è Dafne ad inseguire Apollo!), a dimostrare quanto Shakespeare si ispirasse sì alla tradizione, ma mai passivamente, cogliendo anzi al volo ogni occasione d'ironia.
Nel Sogno di Cecchi e dei suoi giovanissimi attori non c'è scenografia: gli spazi sono riempiti da una fitta ragnatela di movimenti, la cui coralità contribuisce non poco alla dirompenza dell'effetto comico. I punti d'entrata e di uscita sono tantissimi, anche oltre la quarta parete: il pubblico viene così coinvolto, accerchiato dalle faville di questo vivace carosello teatrale, che comunque rimane nell'emisfero della norma: se è vero che il limite del proscenio viene spesso superato, resta comunque sempre presente un limite mentale, comunque discriminante per la geografia della scena. Come ha già fatto notare Renato Palazzi, per larghi tratti la pièce sembra quasi volersi mostrare come un lavoro d'improvvisazione su materiale non ancora compiuto, in cui gli oggetti di scena vengono trascelti per istantanea casualità. Le tecniche parodiche non sono originali, ma ben studiate ed efficaci: si gioca soprattutto sul rapporto tra uomini e donne e sugli errori grammaticali dell'improvvisata troupe di artigiani. Proprio le scene metateatrali, di solito relegate a mera cucitura della vicenda principale, diventano la colonna portante di questo Sogno: la scelta di puntare sulla lingua e la caratterizzazione napoletana ha conseguenze esilaranti, arando il campo delle risate per la semina dello strepitoso Cotogno di Cecchi, un ruolo talmente adatto a lui che è probabile pensare non gli sia servito alcuno sforzo recitativo. La traduttrice e poetessa Patrizia Cavalli riesce, per lunghi tratti, a mantenere la rima baciata del testo originale, riuscendo ad avvicinarsi -risultato davvero raro nelle traduzioni italiane- alla prosodia incalzante e magica dei versi inglesi.
Così, da un testo splendido, esplode una gioia tutta naturalistica, una reazione a catena unita dal filo della vivacità, una celebrazione senza spigoli della democrazia del caso: gli attori, pur senza slanci memorabili (a parte, oltre Cecchi, il Puck di Silvia d'Amico), assecondano quest'energia con un visibile entusiasmo. In sala si ride, si partecipa, si riceve una calda iniezione di vita: verrebbe quasi da rispolverare un vecchio parolone, quella piece bien faite che, nei contorni stabiliti, nell'acribia della precisione, pur senza ribaltare il mondo, ci fa sentire a casa per una sera, e non fa niente se fuori è quasi gelo, e il bavero troppo leggero.