Si parta per una volta dalla fine, e dalle ovazioni da stadio, con tanto di flash e fotocamere impazzite, che hanno salutato gli attori al momento del congedo finale; un’istantanea da concerto rock, più che da prima teatrale per l’austera sala del Teatro Carignano, fotografia del successo che ha accompagnato Il popolo non ha pane? Diamogli le brioche, la produzione Santo Rocco e Garrincha uscita dalla penna di Filippo Timi.
Come pretesto la più celebre vicenda teatrale di tutti i tempi, Amleto, saga famigliare evergreen per l’occasione trasformata in una tragedia vivace e scanzonata, dove il principe di Danimarca veste i panni di un insano ragazzino viziato al pari degli altri personaggi, ognuno dei quali sottoposto a un grottesco restyling che li veste di buffi e grotteschi caratteri: in perenne oscillazione tra le corde della pazzia e della ragione, l’Amleto di un camaleontico ed istrionico Filippo Timi alterna squarci di grande comicità a momenti di intensa tragedia, avvicinandosi ad un suo riconosciuto erede, quel pirandelliano Enrico IV che sull’alternanza ragione-pazzia costruirà l’intera esistenza. Romantico ed appassionato amante nei confronti di Ofelia, la non meno brava Paola Fresa, scheggia impazzita ed energia allo stato puro nelle invettive contro la madre Gertrude o lo zio Claudio, comunque sempre mattatore della scena in un irriverente contesto dove il più celebre dei monologhi è ridotto ad un’abbozzata filastrocca, piuttosto che atmosfere da musical sono pronte ad irrompere tra i versi del Bardo.
Il popolo non ha pane? Diamogli le brioche, uno spettacolo immaginato e costruito all’incontrario dove il Filippo Timi autore realizza, in una scenografia segnata dal nero del lutto e dal rosso della passione, un processo implosivo dei personaggi, arrivando a demolire progressivamente l’impianto strutturale dell’opera con l'autore Amleto prigioniero di una maschera interpretativa vecchia di secoli, ed ora impegnato a smontare pezzo per pezzo il consolidato insieme di potere e successo, trascinando tutto e tutti in una totale autodistruzione. E proprio in questo voler destrutturalizzare vicenda e personaggi, risiede il successo di un’operazione che ha anche il grande pregio di restituire, nudi e crudi, i personaggi in tutta la loro struggente e moderna umanità: un disegno reso possibile dalla bravura dei già citati Timi e Fresa, cui si devono aggiungere Lucia Mascino, Luca Pignagnoli e Marina Rocco.