Storia a tinte fosche fin troppo realistica.
Aquilino imbastisce un intreccio che ci vuol poco a immaginarsi cronaca: i personaggi oscuri, perversi e imperdonabili che tratteggia nei testi sono anime da poco prezzo, scarti di produzione nella società del business, del successo, del superamento.
La loro disumanità si dà per scontata, al punto che neppure si rimane male nel sentire i dettagli delle loro brutture. Perché sono ineludibili verità, e per di più verità se non proprio accetatte, almeno assimilate alla quotidianità di questo primo scorcio di secolo, come la Mafia, la sporcizia in Campania o la parzialità dei giornalisti.
Su una base così rudemente concreta, la regia di De Luca innesta una scena minimale ma evocativa, con quattro panche che ricordano un altare, porta gli attori a recitare sopra le righe, fingendo una volgarità che è vera nei loro personaggi, e giustappone musiche e coreografie d'impatto.
Il risultato è un flusso ininterrotto di menzogne via via più sincere, che forse con un po' di anticipo, rispetto alla composizione scenica, arriva all'unica verità innegabile: una follia di sensualità insipide, trasmessa dai genitori alla figlia, che prima di esaltare spaventa, ma prima di spaventare cancella la possibilità di conoscere u nvero sentimento.
E in questa ostentazione dell'amore, della carne e dell'anima, l'unica cosa che proprio non riesce a passare è proprio l'Amore.