Un mondo capovolto dove a cercare una via di fuga sono gli italiani e non più gli africani. Un’Europa devastata da guerre e calamità. Un’Italia in cui ha avuto luogo una rivoluzione e ora si parla di un capo supremo che tesse le fila di tutto. Uno scenario fantapolitico che riecheggia da lontano il 1984 di Orwell e qualcosa di Dick.
Qui si muovono sei disperati in cerca di una nuova vita. Un calciatore juventino fifone, una donna barese con un lattante in braccio, un siciliano stereotipato, una violinista mezza francese, una prostituta laureata in statistica e un operaio veneto. “Quando si è soli non si deve dar conto a nessuno, nemmeno a sé stessi" dice lo scafista cinico e leghista che ha organizzato questo viaggio della morte.
Si alternano tre scene. Una prima in cui tutti, immobili, lasciano fluire liberamente i loro pensieri più intimi; una seconda in cui sul gommone si alternano paure e speranze e infine l’ultima in un centro di identificazione e di espulsione dove i clandestini attendono una risposta.
La scenografia è minimalista e si accorda bene con i costumi volutamente stereotipati dei personaggi.
Il ritmo è sostenuto, momenti concitati si alternano a momenti rallentati in cui le pause sembrano essere smisuratamente lunghe. Complice un testo che, seppur originale, non riesce a volte a sostenere il pathos emotivo che vorrebbe evocare.
Di questo sembrano risentire i personaggi che risultano a volte freddi e incapaci di comunicare il loro io nascosto. Una messa in scena pretenziosa che non convince e non affascina, per quanto sia apprezzabile il tentativo di riportare alla mente degli emigranti di ieri la disperazione di un tempo.
“In questo mondo infame i più fortunati sono carne da macello e più cercano di sfuggire al loro destino, più ci si avvicinano”. E su questo almeno non si può che concordare.