Quante volte le abbiamo sentite pronunciare le parole di Amleto? Quante volte fuori dal teatro, nella vita ci si è ritrovati a ragionare su quelle medesime parole, tentando di discioglierne il dubbio ripetendole con timide labbra? Interpretare, reinterpretare Shakespeare sembra un lavoro senza fine e ogni volta ognuno tenta di portare il proprio personale apporto al discioglimento degli enigmi nascosti nei suoi drammi.
Roberto Bacci ci prova mettendo in piedi un coro di spadaccini, nascosti dietro anonime maschere, che sfidando Amleto a recitare di nuovo la sua tragedia in uno spazio e in un tempo indefinito, lo costringono a ripetere le sue parole scritte da più di quattrocento anni, come in una pena infernale che si ripete all’infinito.
Il teatro ci ha spesso fatto dono di Amleti ogni volta differenti, timidi, remissivi, aggressivi o ribelli, così, fino alla fatidica domanda, il pubblico trattiene il respiro, in attesa di svelare il nuovo Amleto che ha innanzi agli occhi, e accompagnando con voce sussurrata i versi della rivelazione assieme a lui, nel silenzio dell’ombra in sala.
Gli spadaccini di Bacci combattono in modo egregio, saltano sulla scenografia e ne scendono con balzi acrobatici, spostano gli oggetti come fossero prolungamenti dei loro corpi, scambiandosi i ruoli. Sopra il palco ascoltiamo Ofelie spezzate, Re subdoli e Regine senza forza mentre Amleto, nel suo vestito nero è oppresso dai suoi fantasmi e solo.
Mentre volano gonne bianche, teschi e scintillii di spade, Amleto viene messo alle strette, circondato da una sorta di tribunale inquisitorio dove ogni verso del testo originale viene riletto come una costrizione alla sua confessione di colpevolezza. Tazio Torrini fa la sua parte di Amleto disorientato, oppresso dalla vendetta che non sa esattamente portare a termine, così non sa nemmeno rispondere alle accuse che gli vengono fatte. È un principe, quello di Torrini, che non sa agire con sicurezza, così la follia recitata si mescola alla sua realtà e nei passi tremanti, nei gesti disperati non ne distinguiamo più il confine.
Bacci ha il merito di averci coraggiosamente riproposto un classico della drammaturgia occidentale, e di averlo fatto con sincera devozione, offrendoci in più un godimento estetico per gli occhi grazie all’abilità dei suoi attori-acrobati. Quello che ci propone è un Amleto novecentesco, con le fragilità e i dubbi dell’era che ci lasciamo alle spalle.