Come sempre il suo approccio è l’esaltazione del testo, che viene così rispettato fino all’ultima virgola. Gli adattamenti e le riduzioni drammaturgiche non gli appartengono, da cui la proverbiale lunghezza “ronconiana”, qui di quasi quattro ore.
Ronconi affronta la grande complessità di questa opera, mantenendo aperti tutti i problemi che sono stati impostati da Shakespeare, senza risolverli, senza mai scadere nell’opera a tesi. La vulgata vuole che Il mercante di Venezia sia un testo antisemita, per la malvagia figura di Shylock. A una attenta lettura però la questione è molto più sfaccettata. Shylock agisce per riscattare l’oppressione del popolo ebraico. E nella crudeltà di richiedere una libbra di carne da Antonio si può vedere una rinuncia del prestito a usura, prerogativa degli ebrei, per ripagare i cristiani con la loro stessa moneta. Tutti i personaggi, a ben vedere, sono mossi da calcoli cinici e dall’avidità. Il momento del processo segna l’apice di un mondo dove regnano i formalismi e l’amoralità. Il Doge non avrebbe nulla da ridire sul prelievo di carne, perché così è previsto dal contratto, ed è solo con uno stratagemma da azzeccagarbugli che Porzia potrà risolvere la situazione.
Il lavoro di Ronconi è attentissimo a preservare questa estrema complessità, con tutte le sue sfumature, le sue simmetrie interne, le evoluzioni dei personaggi. Spesso si è sentito di registi che hanno lavorato su questo testo, con spirito politicamente corretto, cercando di smussarne i presunti aspetti antisemiti, ma per Ronconi, che conosce profondamente l’opera in tutti i suoi meandri, si tratta semplicemente di riproporre in quanto tali quelli che sono dei conflitti di religione e di civiltà.
L’allestimento dello spettacolo è di relativa sobrietà, almeno per i canoni di Ronconi e della scenografa Margherita Palli. Le macchine teatrali sono ridotte a oggetti sospesi, in cui predominano gigantesche bilance con pesi e a sottolineare l’importanza che in quest’opera hanno l’azzardo, la posta in gioco e naturalmente la giustizia degli uomini. Si fa largo uso, come abitudine per Ronconi, di tapis roulant, e di personaggi che spuntano o vengono inghiottiti dal palcoscenico. Predominano colori scialbi nelle scene e nei costumi, tranne nelle scene della lotteria degli scrigni a Belmonte, dove i pretendenti alla mano di Porzia sfoggiano sfavillanti abiti esotici. Questi momenti vengono così risaltati come fossero fotogrammi a colori in un film in bianco e nero.