Due sedie e una culla. Luci minimali. Un pesce che penzola dal soffitto insieme ad alcuni orari ferroviari e a un a sfilza di dati su quanto male fa l'inquinamento di amianto nel siracusano.
Poi le parole. Le ricette, le storie di paese, la devozione. E i luoghi, i giochi dei ragazzi, le battute. Parole.
Parole allineate su una macchina narrativa solida che solo apparentemente ogni tanto devìa dal proprio binario, ma che invece, come in un giallo, costantemente arricchiscono di elementi una trama che, appunto nel finale, raggiunge il suo apice.
Parole semplici, a volte incomprensibili a chi non mastica di siciliano eppure mutuate dalla strada, dalla terra, dal lavoro della gente. Parole vivide, capaci di colorare l'immaginazione, pregne come sono dei ricordi di chi le sta pronunciando.
Il teatro di parola proposto da Pugliares è un un flusso emotivo ed emozionante, che passa di associazione in associazione per raccontare una storia fatta di tante piccole storie, una vita che, quasi per destino, per accidente, per Caso, si trova a contatto con gli effetti peggiori della rivoluzione industriale della sua terra. Una rivoluzione colpevole che, forse persino con buone intenzioni, ha finito per distruggere, sporcare e violentare una tradizione, una terra e un popolo.
Il dolore di un padre diventa il dolore di una regione che non capisce perché il tasso delle morti per tumore sia più che triplicato dopo l'apertura delle grandi industrie chimiche, che non giustifica la distruzione di un paese per la costruzione di una raffineria, che si sente tradita dalla sua stessa terra.
Qui una volta era tutat campagna. E sole. E mare. E gente. Tutte cose che, nell'eredità delle future generazioni, non saranno più neppure un ricordo