Scritto tra il 1836 ed il 1837, rimasto incompiuto a causa dell’improvvisa scomparsa del suo autore, il Woyzeck di George Büchner incarna una moderna tragedia della quotidianità. Il soldato Woyzeck, roso dalla gelosia verso la madre di suo figlio, Marie, impegnato altresì a difendersi dai continui soprusi dei suoi superiori, è protagonista di un personale itinerario di disperazione destinato a consumarsi nella personale vendetta con cui ucciderà l’amata compagna dopo averla sorpresa con un ufficiale.
Portare in scena questo piccolo gioiello significa dover fare i conti con le paure e le angosce che, ancor oggi, minano una società troppo esposta a debolezze ed inquietudini. Un rischio che certo Gwénaël Morin, architetto mancato che ha scelto di dedicarsi anima e corpo al teatro, deve aver ben considerato per il suo Woyzeck d’après Woyzeck du Büchner, lo spettacolo in prima nazionale a Torino per il Progetto Carta Bianca del Festival delle Colline Torinesi.
Se di primo impatto l’allestimento della Compagnie Gwénaël Morin lascia un po’ interdetti in nome di una frammentarietà nel racconto che porta, nei cento abbondanti minuti di spettacoli, ad alcune sequenze centrali un po’ eccessive ed estremamente popolaresche, a mente fredda si intuisce come l’approccio al testo di Büchner sia stato esclusivamente istintivo, con il solo scopo di trovare un punto d’unione tra i frammenti di una vicenda che affonda le proprie radici del patrimonio popolare della cultura di pieno ottocento. Ecco che allora l’apparente disordine diventa, per un gioco di contrasti, il maggior pregio di un prodotto scenico che è, prima di tutto, completa esperienza sensoriale riferita “per stazioni”, così come per singoli frammenti è quella stessa storia di cui il moderno spettatore non può non assaporare ogni singola battuta. Brevi monologhi che si alternano a scene di gruppo con i sei applauditi interpreti spesso rivolti al pubblico, arrivando a muoversi tra gli spettatori in una simbolica “contaminatio” di spazi e tempi per universalizzare, se possibile, ancor di più la suggestione della parola scenica.