Racconto d'inverno, spesso considerato un'opera shakespeariana minore, è per questo poco rappresentato a teatro. Approfittando di questo grossolano -ed erroneo- giudizio dettato dalle logiche di mercato, Bruni e De capitani colgono l'opportunità di mostrare uno Shakespeare quasi inedito, riuscendo a far rivivere quei caratteri di attualità e universalità che tanto piacciono del drammaturgo inglese. Lo spettacolo, pur restando coerente e fedele al testo secentesco, introduce elementi nuovi e contemporanei che inducono la riflessione nello spettatore alla maniera della tragedia antica: istillando il dubbio sulla validità di gesti che egli stesso potrebbe compiere e sul rapporto con il divino e la religione.
Di non spiccata originalità, ma sicuramente molto bella e calzante è in questo senso, l'introduzione di un triplice elemento religioso: Cleomene e Dione diventano così, da nobili siciliani, un cardinale e un rabbino che si recano insieme a Delfi per consultare l'oracolo. Oltre alla comicità della scena, si può leggere un'analisi del comportamento umano molto profonda, ossia la descrizione del desiderio di quella conoscenza che trascende l'umano e di cui si può trovare certezza solo nel divino. L'asservimento delle grandi religioni monoteiste all'atto profetico del divino Apollo è probabilmente da leggersi come il crollo dei loro valori e dei loro poteri che si limitano ad essere solo temporali.
Da menzionare sono sicuramente la riuscita interpretazione di tutti i personaggi e il lavoro sul linguaggio che accompagna tutta la rappresentazione. Dai toni alti della prima parte, che è in effetti una tragedia, ai toni bassi e popolari della seconda, che sfociano nella meravigliosa scena metateatrale con i servitori che utilizzano ortaggi, cibarie e utensili da cucina per raccontarsi, nei vari dialetti italiani, l'incontro tra i due re fratelli e la risoluzione del conflitto.