E bravo Gassman junior. “Roman e il suo cucciolo”, la terza rappresentazione del regista-attore – dopo “La forza dell’abitudine” di T. Bernhard e “La parola ai giurati” di R. Rose - appare proprio ben confezionata. Piace la scelta di un classico teatrale particolare, reso appetibile dai tratti noir e in certi punti pulp (cfr. il sipario di sangue). Piace la regia non solo degli attori sul palco ma anche di tutte le competenze che hanno collaborato alla riuscita dello spettacolo e che ricordiamo di seguito con ordine di gradimento personale.
Innanzitutto, Edoardo Erba, l’abile traduttore-traditore che fornisce una versione documentata e coraggiosa del testo di Reinaldo Povod. Erba è traduttore-traditore perché procede alla modifica sostanziale di ambiente e personaggi, trasformando, per la traduzione italiana, i cubani negli States dell’originale nei rumeni delle periferie romane. Erba è però anche abile perché traduce e non tradisce lo spirito originario della lettera, spirito che riemerge in personaggi e situazioni più vicini e più accessibili all'italico gusto.
Tra le altre competenze c’è poi quella di Marco Schiavoni, autore delle installazioni e dello schermo impercettibile di tulle che copre le scene, sul quale vengono proiettati alcuni flashback. Questo strumento crea un apprezzabile effetto film, soprattutto al momento degli originali titoli di coda dinamici. L’interazione tra i due generi, cinema e teatro, quando discreta, rende bene.
Veniamo agli attori. Tutti molto convincenti ma due in particolare: Sergio Meograssi (Che), il tossico elegante, filosofo e antipatico fino alla simpatia, e Manrico Gammarota (Geco), l’incontenibile pugliese, venditore di fumo, simpatico mai sconfinante con l’antipatia.
E poi c’è lui, il regista-attore A. Gassman. Che sceglie una bella storia di un complesso rapporto tra padre-figlio, un dramma si direbbe piccolo-borghese all’italiana, come tanti film di questi anni, se non fosse per il fatto che i protagonisti della piéce sono rumeni che vivono nel degrado. Come a dire che certe dinamiche non conoscono proprio il significato del termine razzismo. Anche per questo punto di vista su un tema delicato, Amnesty ha riconosciuto il suo patrocinio allo spettacolo: un racconto sui migranti non ideologico né agiografico.
Aldilà degli adattamenti e delle sperimentazioni, delle letture politiche che è consapevole di attirare, ‘Roman e il suo cucciolo” è un’opera teatrale che dimostra la maturità artistica di un A. Gassman che non teme di assumere lo stesso ruolo che 26 anni fa a New York vestiva Robert de Niro e di recitare al teatro Quirino, intitolato a suo padre.