Recensione:
L’imperatore si racconta privilegiando il lato umano a quello strettamente politico. L’uomo allora riesce a stupirsi delle stelle, dell’amore per un ragazzo, della meraviglia del teatro e della saggezza che viene dai greci e dalla loro lingua. Il Mediterraneo è la cuna che lo culla finché il vento che lo ha nutrito non lo getta definitivamente a terra a seccare.
Il capolavoro di Marguerite Yourcenar in scena dal 1989 nel corpo e nella voce di Giorgio Albertazzi che, con il suo imperatore, procede il viaggio a ritroso nella sua memoria di uomo prima che di imperatore di un immenso palcoscenico. Sulla scena nuda entrano le rivelazioni del cuore miste alla riflessioni del capo. Dai natali periferici al centro dell’Impero Romano, dalla conquista del potere alla perdita dell’oggetto del desiderio, dall’immensità del regno all’assoluta inconsistenza nei confronti di un arco celeste che deve ridimensionare chiunque pensi solo per un attimo di esser diventato grande.
La Yourcenar dedica una trentina d’anni all’immedesimazione con l’imperatore per ultimare la sua immaginaria autobiografia. Albertazzi da diciassette entra nei panni del sovrano per raccontare, sotto la sua tunica, la verità di ogni uomo che, quando intravede la fine del suo cammino, non può che fare un bilancio della propria breve passeggiata. Gira Albertazzi mentre intorno a lui riaffiorano i ricordi, la musica, la danza dell’amato Antinoo, le parole del maestro, le ombre del passato. Dopo anni di sovranità sui palcoscenici di tutto il mondo, Albertazzi non ha bisogno di entrare ed uscire dal personaggio di Adriano, lo porta con sè a spasso su un palcoscenico che, per quanto importante esso sia, rimane sempre il posto dove più si trova a suo agio, il brodo dove meglio galleggiano le sue antiche giuggiole.
La regia di Scaparro è essenziale, a tratti didascalica, senza grosse sorprese, a servizio di un attore ormai libero da ogni vincolo interpretativo che gioca con un imperatore troppo spesso per essere mosso su un palcoscenico che diventa un mondo tutto suo, dove non è facile entrare e suggerire cambiamenti. Azzeccare i corridoi di luce e fermarsi ad ascoltare i piccoli interventi dei compagni di viaggio diventa quasi superfluo tanto sarebbe preferibile sporcare, sbiascicare, rendere sempre più libere le pause e le galoppate in sella alle parole dell’Imperatore romano che, attraverso l’incredibile sensibilità della Yourcenar, diventano verbo per tutti i dannati che hanno in mano le sorti del mondo.
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